A soli un anno e quattro mesi di distanza dall’ultimo album di inediti Western Stars, Bruce Springsteen torna con un nuovo album di inediti dal titolo Letter to You. Questa volta la notizia che ha entusiasmato i fan del Boss è che si tratta di un album registrato con la E Street Band, cosa che non avveniva dal 2009 con Working on a Dream. Nel 2014 c’era stato High Hopes, che però conteneva outtake e cover, e non tutte le canzoni erano eseguite con la band.

L’album si presenta come un vero e proprio regalo ai fan, poiché è stato registrato in presa diretta in soli cinque giorni, e nelle canzoni che lo compongono ritroviamo quel sound puramente springsteeniano che da tempo ci mancava.
La prima cosa che ho pensato, ascoltando l’album, è stata questa: Da quanto tempo in un album di Springsteen non si sentiva il tipico sound della E Street Band?

Proviamo a fare un salto indietro: l’ultimo album interamente suonato con la band è stato Working on a Dream, ma nelle 13 canzoni che lo componevano solo My Lucky Day possedeva quel sound composto da batteria, piano, tastiere e sax. Nelle restanti canzoni la band non si sentiva.
Nel 2007 era uscito Magic che conteneva alcune canzoni decisamente “E Street”, tanto da far pensare ai tempi d’oro; ma praticamente la metà dell’album virava verso il pop, e la Band non era stata valorizzata in tutte le canzoni.
Il 2002 è l’anno di The Rising, pubblicizzato come il ritorno in studio con la E Street Band diciotto anni dopo Born in the Usa. Ma c’è da dire che nell’album, seppur composto da ottime canzoni, la band non si sente per niente. Quasi del tutto assente il piano di Roy Bittan e il sax di Big Man fa qualche fugace apparizione in 3 canzoni su 15.
Poi si torna indietro di diciotto anni e si arriva a Born in the Usa: canzoni come Darlington County e Bobby Jean sono quanto di più puramente “E Street” ci possa essere.
Però a voler essere pignoli, l’album era stato influenzato dalle sonorità tanto in voga negli anni ‘80: (provate a pensare Dancing in the Dark).

Quindi, per trovare un album in cui la E Street Band si senta bene in tutto il suo splendore dall’inizio alla fine bisogna tornare indietro fino a The River, ovvero nel 1980.
Per questo si può dire che Letter to You recupera quel sound che in un album di Springsteen non sentivamo da 40 anni. Certo, poi c’era stata quella parentesi nel 1998 con la pubblicazione di Tracks, raccolta mastodontica di 4 cd, dove in particolare i primi 3 ci mostravano Bruce e la Band all’apice del loro splendore.

Letter to You si apre con One Minute You’re Here, e subito si rimane spiazzati perché si tratta di una canzone praticamente sussurrata, accompagnata dalla chitarra acustica e una tastiera che accompagna delicatamente la seconda parte del brano. È la prima volta che un album di Bruce con la band inizia con una canzone calma. Sembra quasi voler creare una sorta di continuità con l’album precedente Western Stars, all’interno del quale non avrebbe sfigurato.
La canzone riflette sul tempo che passa e le persone care che non ci sono più. Il “Big Black Train” che apre la canzone diventa, quindi, metafora del tempo che scorre.
Un inizio da pelle d’oca.

La seconda traccia già la conosciamo perché è il primo singolo nonché canzone che da’ il titolo all’album. In Letter to You ritroviamo i vecchi compagni di strada. Chitarre, tastiera e batteria dominano la scena, e Bruce canta con ritrovato entusiasmo.

Burning Train inizia in maniera maestosa con chitarre, campanelli e la batteria di Max Weinberg, che in questo album domina più che mai. Il brano ricorda qualcosa degli anni ‘90, periodo di Human Touch e Lucky Town, ma soprattutto alcuni dei bellissimi brani che sono rimasti fuori e poi recuperati nel quarto cd di Tracks. Solo che qui c’è tutta la band a completare il lavoro.

Una delle più importanti particolarità dell’album è che all’interno troviamo tre canzoni scritte negli anni ‘70 e mai pubblicate in via ufficiale. I fan però le conoscono bene perché da anni circolano in rete in versione demo. La prima di queste canzoni è la quarta traccia Janey Needs a Shooter. Quando ho saputo che questa canzone avrebbe fatto parte della tracklist mi è venuta la pelle d’oca perché è una della outtake di Bruce che amo di più. La canzone ovviamente è stata risuonata per l’occasione, e per fortuna hanno mantenuto il sound originale. Certo, la versione che circolava in rete possiede quel fascino che non potrà mai essere replicato, ma questa nuova versione risulta molto fresca e qui Bruce sembra ringiovanito.

La quinta traccia Last Man Standin’ può essere considerata il manifesto dell’album. Negli ultimi anni Springsteen ha perso molti compagni di strada: Il tastierista Danny Federici nel 2008, il sassofonista Clarence “Big Man” Clemons nel 2011, e nel 2020 è venuto a mancare George Theiss, con il quale Bruce fondò la sua prima band alla fine degli anni ‘60, i Castiles.
La morte del vecchio amico è stata per Springsteen motivo di riflessione e bilanci che hanno visto partorire gran parte dei brani presenti in questo album, e Last Man Standin’ è quella che più di tutte omaggia esplicitamente il vecchio compagno di strada, con il quale Bruce non ha mai perso i contatti. La canzone inizia con una chitarra acustica per poi vedere esplodere la band al completo, e finalmente sentiamo anche il sax, questa volta suonato per la prima volta su disco da Jake Clemons, nipote di Big Man che ha sostituito lo zio a partire dal tour di Wrecking Ball nel 2012.

La canzone che segue, The Power of Prayer, è pura magia. Il pianoforte iniziale ricorda alcune outtakes del periodo Born to Run e Darkness on the Edge of Town. Mi emoziono ogni volta che l’ascolto. Il brano è una vera e propria ode all’adolescenza e al potere salvifico della musica, che qui viene espresso attraverso immagini evocative come l’estate di quando si è giovani e i bar che trasmettono la musica di Ben E. King.
In questa canzone troviamo il più bell’assolo di sax dell’intero album, precisamente a metà canzone e alla fine. Jake Clemons non fa per niente rimpiangere lo storico zio, e il sax in questo brano regala grandi emozioni.

House of a Thousand Guitars racchiude in pochi minuti l’immaginario rock del vecchio Springsteen, grazie a quel magico pianoforte e citazioni più o meno indirette del passato. Pensate al verso: “Bells ring out from churches and jails”; è un chiaro omaggio a Jungleland, una delle canzoni più leggendarie di Springsteen, contenuta nel capolavoro Born to Run, che conteneva il verso: “From the churches to the jails, tonight all is silent in the world”.

Rainmaker è un bel rock grezzo, ottimamente cantato da Bruce, che però non c’entra niente con l’atmosfera e le tematiche principali dell’album. Può essere considerata una piccola parentesi politica, poiché parla di un impostore ciarlatano, figura facilmente riconducibile a Donald Trump.

La nona traccia è la seconda delle tre canzoni recuperate dagli archivi degli anni ‘70.
If I Was the Priest è molto diversa dalla versione che circolava in rete. La canzone non è un capolavoro ma gli si avvicina molto. Più che altro è un’occasione per sentire la band suonare a briglia sciolta e sentire Bruce cantare uno di quei testi torrenziali che scriveva agli inizi della carriera, senza particolare attenzione alla metrica. Alla fine sentiamo il brano sfumare, quindi senza una conclusione vera e propria, e sembra che la band voglia continuare a suonare all’infinito.

Ghosts all’uscita dell’album la conoscevamo già perché è stata scelta come secondo singolo. E lì avevamo capito che i presupposti per un vero e proprio album con la E Street Band c’erano tutti. Questa canzone può essere considerata la summa del suono E Street. C’è praticamente tutto, a partire dall’inizio con quel mix di batteria e chitarra, un ritornello pensato apposta per una dimensione live, e un finale da pelle d’oca con le chitarre che si mescolano alla tastiera, per poi sentire puntuale il sax che introduce il coro della band al completo.
Senza dubbio la canzone che i fan di Springsteen aspettavano da anni.

Come penultima traccia abbiamo la terza e ultima delle canzoni ripescate dagli archivi. Song for Orphans trovo sia senza dubbio il capolavoro dell’album. Non a caso è stata furbescamente posizionata in fondo alla tracklist. La canzone che circola in rete è acustica, e aveva fatto qualche apparizione durante il tuor di Devils & Dust, qui invece si trasforma in una ballata in puro stile Bob Dylan. Sembra infatti uscita da Blonde on Blonde, capolavoro di Dylan del 1966.
La canzone è pura magia, e ogni parola risulterebbe superflua. Ricordo solo che alla fine dell’ascolto ho pensato: “Ecco perché amo Bruce”.

A chiudere l’album troviamo I’ll See You In My Dreams, che riassume un po’ il tema principale del disco. Una ballata veloce, con un testo semplice ma efficace dedicato a tutti i compagni di strada che non ci sono più. Un’ottima chiusura.

A differenza del precedente Western Stars, che all’inizio mi aveva lasciato perplesso, e che per molto tempo mi ha dato sensazioni contrastanti, Letter to You mi è piaciuto fin dal primo ascolto.
Essendo passati quasi due anni dalla pubblicazione, posso confermare queste sensazioni.

Ancora oggi mi ritrovo ad ascoltare l’album con lo stesso piacere del primi giorni e stupendomi ancora davanti alla bellezza di alcuni brani, ma soprattutto contento di trovare quel sound che da molto tempo mancava negli album di Springsteen. Si possono pensare molte cose negative, come ad esempio il fatto di aver inserito tre canzoni scritte agli esordi. Da molti viene visto come un tentativo di dare più corposità ad un album che senza di esse sarebbe stato solo piacevole e niente di più. Io trovo invece che le vecchie canzoni stiano bene insieme a quelle nuove perché creano una sorta di ponte, ed è un concetto che si sposa perfettamente con l’intenzione dell’album, che è quella di fare un bilancio sul tempo che passa.

Infine mi sento di dire che Letter to You è molto probabilmente l’album più piacevole e scorrevole di Springsteen da molto tempo a questa parte. Non sarà paragonabile ai capolavori dei primi anni, ma in una mia personale classifica lo metterei sopra gli album usciti negli ultimi vent’anni. Trovo sia perfino migliore di The Rising, da molti considerato l’ultimo vero capolavoro di Springsteen.

Sì, lo so che The Rising contiene canzoni pazzesche, ma da un album inciso con la E Street Band io mi aspetto quello che ho trovato in Letter to You, e che gli album pubblicati negli ultimi vent’anni non mi hanno dato.

Ora posso finalmente dire di aver recensito tutti gli album di inediti di Bruce Springsteen…ma non è finita qui: perché il mio prossimo post sarà ancora dedicato al Boss, ma non sarà una recensione.

Per scoprirlo dovrete attendere qualche giorno…

Alla prossima…