Blood Father – Quelle perle che non trovi al cinema

bloodfather_trailer1

Noi appassionati di cinema sappiamo bene quanto siano brutti i problemi di distribuzione nelle sale. Ed è così che talvolta ci capita di dover aspettare mesi, se non anni, per poter vedere un titolo che dall’altra parte dell’oceano è già disponibile in dvd.
Blood father è uno di quei titoli; uscito nelle sale americane ad agosto dello scorso anno, è adesso disponibile da noi in versione digitale.

(altro…)

La battaglia di Hacksaw Ridge – Bentornato Mel

hacksaw-ridge

A Mel Gibson regista non gli si può dire niente. L’abbiamo sempre saputo, da quando nel 1993 consegnò il suo primo gioiello dal titolo L’uomo senza volto, che in realtà era solo un piccolo e delizioso antipasto; l’esplosione sarebbe avvenuta due anni dopo con Braveheart a cui seguì il trionfo che noi tutti sappiamo. Poi due film controversi come La passione di Cristo e Apocalypto, e a seguire violenze domestiche e dichiarazioni antisemite che gli sono costate le porte chiuse di Hollywood. Nemmeno la nuova vita da villain cinematografico vista ne I mercenari 3 e Machete kills ha avuto i risultati sperati sotto il profilo degli incassi; invece il ritorno alla regia a dieci anni da Apocalypto pare aver riportato Gibson sulla retta via, tanto che la sua ultima opera ha portato a casa sei nomination agli Oscar, tra cui Miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. (altro…)

Il mio gennaio al cinema

Il 2017 è iniziato alla grande con dei film molto interessanti, e per quanto mi riguarda il mio entusiasmo è dovuto al fatto che i primi due film dell’anno sono diretti da due dei miei registi preferiti: Steven Spielberg e Martin Scorsese, che sono tornati al cinema rispettivamente con Il GGG e Silence. Questo articolo non solo parlerà di queste due pellicole ma anche di altri tre film che ho visto uno in fila all’altro, per un totale di tre giorni al cinema: Arrival, La La Land e Allied. (altro…)

Undici piccole storie di dolore e gloria per i Dropkick Murphys

front_600x600

Il 6 gennaio è uscito il nuovo atteso album dei Dropkick Murphys dal titolo 11 short stories of pain & glory. La band di Boston rimane fedele al suono Celtic punk dei precedenti lavori, questa volta però le canzoni sembrano essere molto più “morbide” e dirette.

I critici hanno detto più o meno tutti la stessa cosa riguardo questo album: si tratta di un lavoro piacevole in cui si avverte un po’ di stanchezza e manca l’aggressività che ha caratterizzato i lavori precedenti. Sarà per questo motivo che io mi sono innamorato di questo disco fin dal primo ascolto.

Riassunto delle puntate precedenti: ho scoperto i Dropkick nel 2011 con il stupendo Going out in style e da subito mi innamorai di quel mix tra punk, rock, e musica celtica che ti proiettava in un pub irlandese con una Guinness in mano ad ascoltare storie dei cosiddetti “ultimi”, ignorati dalla società. L’album conteneva anche Peg o’ my heart, cantata con Bruce Springsteen, a dimostrazione di una certa rilevanza artistica ormai raggiunta.
Due anni dopo è uscito Signed and sealed in blood, meno bello ma non per questo un album inferiore. Non so quante volte mi sono ascoltato The boys are back sparata a tutto volume in macchina; una vera libidine.

E adesso, dopo ben quattro anni di attesa, ecco arrivare questo nuovo album:
è vero, le canzoni sono tutte molto più tranquille e leggere rispetto ai primi lavori, e a me piacciono proprio per questo motivo: ho sempre preferito le canzoni che viravano più verso il rock che non verso il metal, e quindi è per questo che amo alla follia gli ultimi album e non i primi.
A risentirne di più sono i testi, che sembrano scritti di getto, anche se comunque trattano temi importanti; una su tutte 4-15-13, splendida ballata che racconta con poche semplici parole dei lavoratori che cercano di tirare avanti come possono, nonostante le difficoltà.

Non troverete pezzi hard rock in questo album, quindi se siete fan dei primi Dropkick questo album non vi farà impazzire. Se invece vi piace la loro veste più soft, allora questo album è pane per i vostri denti.
Nonostante la loro semplicità, io ho apprezzato tutte le canzoni, e non ce n’è una che mi annoi o mi spinga a premere il tasto Next track.
Certo, dopo quattro anni di attesa ci si poteva aspettare un album un po’ più corposo e un numero di tracce maggiore, tenendo conto che tra le 11 canzoni presenti una è strumentale e due sono cover di brani tradizionali. Però a me sono bastate poche cose per amare alla follia questo album: prima di tutto la prima canzone, (dopo la strumentale The lonesome boatman) Rebels with a cause, un tiratissimo pezzo punk rock in cui le voci di Al Barr e Ken Casey si intrecciano alla perfezione, poi la leggerissima ma frizzante Sandlot, cantata tutta da Ken, in cui si parla dei bei tempi andati. Una canzone tenuta in piedi dalla chitarra acustica e dal battimani, quel genere di canzone che ti mette il buon umore. E poi la splendida Paying my way, un giro di piano avvolgente e un ritornello cantato in coro e perfino un assolo di armonica. Ecco, queste tre canzoni mi sono bastate per adorare questo album. Anche Kicked to the curb merita una menzione grazie al suo bel tiro e al testo disimpegnato e divertente.

Insomma, 11 short stories of pain & glory non resterà uno dei capisaldi nella discografia dei Dropkick, ma come album di transizione fa la sua bella figura. E anche se non sono canzoni che resteranno impresse, hanno comunque il pregio di accompagnare queste giornate e renderle più piacevoli; e per quanto mi riguarda, sono sicuro che tornerò ad ascoltare queste canzoni anche tra cinque anni, proprio come mi è capitato con Going out in style.

Buon ascolto.

Tracklist.

  • The Lonesome Boatman
  • Rebels With A Cause
  • Blood
  • Sandlot
  • First Class Loser
  • Paying My Way
  • I Had A Hat
  • Kicked To The Curb
  • You’ll Never Walk Alone
  • 4-15-13
  • Until The Next Time

La befana – la magia dei ricordi

la-freccia-azzurra1Questo è stato forse l’anno in cui più di tutti ho avvertito il cambiamento di prospettiva riguardo le feste natalizie; la consapevolezza di vivere le festività nei panni di un adulto hanno preso il sopravvento sugli occhi del bambino che ogni tanto tornava in me per vivere il natale con stupore.

Mentre attraversavo la città illuminata a festa provavo sempre un senso di malinconico calore, e mi chiedevo se i sorrisi che il natale riesce a regalarti siano più dovuti a un reale stato di benessere momentaneo, o siano più legati ai ricordi d’infanzia. Ho optato per la seconda ipotesi.
Ormai è da un bel po’ di tempo che vedo il natale sotto occhi diversi; le due settimane di festa che facevo ai tempi della scuola sono ormai un ricordo che risale a dieci anni fa, quando quasi subito la fine degli studi iniziai a lavorare, e il lavoro mi porta a lavorare anche nei giorni festivi.

Quest’anno è stato particolare per diversi motivi; sono successe un po’ di cose belle e brutte, e il contrasto tra felicità e tristezza mi ha particolarmente spiazzato perché si è rivelato particolarmente forte. Ma anche quest’anno non sono mancate le tradizioni: la cena della vigilia di natale con i nonni e gli zii per il trentesimo anno consecutivo è rimasto invariato, e mi reputo più che fortunato a quasi trent’anni di avere il privilegio di poter avere ancori i miei nonni; il che rende ancora più malinconica la situazione perché mi rendo conto che non potrà durare ancora per molti anni, ma finché avrò questi momenti sarò super felice.
Sinceramente non so perché abbiamo come tradizione la cena della vigilia, nonostante le origini venete dei miei nonni. Non me lo sono mai chiesto, mi è sempre andata bene così.
Il pranzo di natale invece da piccolo lo passavo dai nonni paterni, e dato che non ci sono più da qualche anno, negli ultimi tempi l’ho festeggiato dagli zii di mio padre, o dai partenti della fidanzata che avevo in quel momento.
Quest’anno per la prima volta sono arrivato ad odiare le feste, quando girando per la città incontravo un sacco di persone che in maniera frenetica sembrava stesse cercando chissà che cosa; e mentre io mi trovavo a fare la spesa per prendere due cose per la sopravvivenza, mi trovavo a dover condividere il mio spazio con gente arrivata all’ultimo momento per rimediare dei regali o del cibo.
Tutta questa fretta e frenesia mi ha fatto desiderare di essere altrove.
Perfino la programmazione televisiva non mi ha entusiasmato più di tanto.
Da piccolo, una delle cose che più adoravo, erano i film natalizi che venivano trasmessi dal 23 dicembre al 6 gennaio. Eccezion fatto per Una poltrona per due, che ormai è diventato un classico, il mio ricordo va ai film di Charlie Chaplin che venivano trasmessi la sera tardi, come Il monello o La febbre dell’oro. Oppure Nightmare before christmas, Un natale magico, National lampoon’s vacation, La vera storia di Babbo Natale e tanti altri che ora non mi vengono in mente.

Quindi la vigilia di natale era per me il momento più magico; perché sapeva di amore, sicurezza e condivisione coi parenti che più di tutti ho sempre amato. E anche l’epifania, che celebriamo oggi, l’ho sempre amata particolarmente, seppur accompagnata da un sottile velo di malinconia, per via del fatto che il giorno dopo ricominciava la scuola. Quindi mi trovavo come al confine tra la gioia dell’atmosfera festiva, la sorpresa della calza al risveglio, e il pensiero del giorno dopo che avrebbe visto la città disfarsi degli addobbi e le scuole riprendere le loro attività; mentre io avevo il timore di essermi dimenticato qualche compito.
Non volevo mai che arrivasse la sera, e cercavo di afferrare ogni secondo della giornata e viverlo il più a lungo possibile. Quando cominciava a calare il sole si avvertiva in me un forte senso di dispiacere e inquietudine.

Ho sempre amato l’epifania anche perché è sempre stata la festa preferita di mia mamma; e vederla contenta ed entusiasta in attesa di questo giorno e nel momento di ricevere la calza che mia nonna le regalava, e anche nel preparare quella che poi avrebbe donato a me, riusciva a trasmettermi felicità.
Oggi, dopo diversi anni, ho la fortuna di non lavorare, quindi cercherò di godermelo il più possibile, proprio come facevo da bambino.
So che non riuscirò mai a ritrovare la stessa atmosfera e lo stesso candore; ma chi l’ha detto che gli occhi di un adulto non riescano più a vedere la magia?

p.s: L’immagine in apertura è tratta dal film La freccia azzurra, piccolo gioiello d’animazione italiano del 1996 diretto da Enzo D’Alò. Il film si inserisce tra quelli che ho citato nell’articolo, che hanno accompagnato la mia infanzia, e vede protagonista la befana che rischia di vedersi portar via la propria festa per colpa del suo perfido assistente (doppiato dall’indimenticabile Dario Fo).
Consiglio vivamente di recuperarlo.

Riassunto del 2016 al cinema

Esattamente un anno fa iniziavo la mia avventura su questo blog, con un articolo intitolato Cosa ci aspetta nel 2016 (che potete rileggere ciccando qui).
In quell’articolo scrivevo di alcuni film che sarebbero usciti nel 2016, specialmente quelli che attendevo di più o quelli che sapevo essere molto attesi dal grande pubblico.
Ora in questo articolo provo a valutare quali sono state le conferme e quali le sorprese e delusioni.

Cominciamo… (altro…)

Kirk Douglas – cento anni di un mito

kirk_and_michael_douglas_-1969

Non occorre essere morti per entrare nel mito; a volte basta compiere cento anni. Questo è il traguardo raggiunto ieri, 9 dicembre, dal grandissimo Kirk Douglas, uno dei più grandi attori di tutti i tempi, curiosamente snobbato dall’Academy che gli ha conferito solo un premio Oscar alla carriera nel 1996 (ben vent’anni fa).

Con 73 lungometraggi all’attivo, Douglas ha lavorato con alcuni dei più importanti registi del secolo scorso, tra i quali: Billy Wilder, William Wyler, Vincente Minelli, King Vidor, Elia Kazan, Brian De Palma e l’indimenticabile Stanley Kubrick con il quale aveva un rapporto di amore – odio.

Fu Lauren Bacall a raccomandarlo per il suo primo ruolo nel 1946 per il film Lo strano amore di Marta Ivers. In quel film Douglas interpretava un ruolo marginale ma la sua presenza scenica è già notevole: fossetta sul mento, spalle da atleta e lineamenti scultorei. La consacrazione arrivò tre anni dopo con il bellissimo Il grande campione; erano gli anni in cui si i registi americani si ispiravano ai maestri del neorealismo italiano, senza raggiungerne i vertici, ma offrendo comunque ottimi film e, in questo caso, un’ottima prova d’attore da parte di Kirk Douglas, che con la sua grinta riesce a rendere indimenticabile il suo pugile venuto su dal nulla.

Gli anni ’50 sono sicuramente il decennio che lo vede protagonista delle pellicole più memorabili, a cominciare da L’asso nella manica, di Billy Wilder (’51), un’interpretazione sopra le righe in cui Douglas interpreta un giornalista spietato nell’America in cui il successo e i beni materiali valgono più dei principi morali. A seguire troviamo Pietà per i giusti e Il bruto e la bella, rispettivamente diretti da Wyler e Minelli. E poi nel 1954 Ulisse, diretto dal “nostro” Mario Camerini, film campione di incassi della stagione 1954-1955; nello stesso anno lo troviamo nelle vesti del capitano Ned Land nella versione disneyana di 20.000 leghe sotto i mari, in cui divide lo schermo con altri due pesi massimi della recitazione: James Mason e Peter Lorre.Nel 1956, nuovamente diretto da Minelli, interpreta Van Gogh nel bellissimo e sottovalutato Brama di vivere. Oscar mancato, che andò però all’attore non protagonista Anthony Quinn che interpretava Gauguin. È del 1957 quello che forse è il capolavoro assoluto nella filmografia di Kirk Douglas: Orizzonti di gloria, diretto dal maestro Stanley Kubrick, che grazie al suo stile è riuscito ad offrire alla storia del cinema uno dei film anti militaristi più belli di sempre, ma se non fosse stato per l’interpretazione di Douglas, memorabile colonnello Dax, il film avrebbe avuto quel quid in meno.

La coppia Douglas – Kubrick la troviamo di nuovo insieme tre anni dopo in Spartacus; altro capolavoro che inizialmente doveva essere diretto da Anthony Mann ma che poi fu licenziato dal protagonista e produttore Douglas che volle Kubrick alla regia. Durante la lavorazione ci fu molta competizione tra protagonista e regista, dalla quale Kubrick ne uscì in parte sconfitto tanto da non riconoscere quasi la paternità del film, incolpando Douglas di aver ammorbidito alcuni aspetti come la lotta di classe, rendendoli più zuccherosi e appetibili a un pubblico più vasto. Douglas volle inserire nei titoli di coda il nome dello sceneggiatore Dalton Trumbo, in funzione anti-maccartista. Altro film meritevole di una menzione è Solo sotto le stelle (’62) diretto da David Miller, nuovamente sceneggiato da Trombo. Si tratta di un western in cui Douglas interpreta un cowboy solitario e romantico, in cui la modernità vince sull’epica della frontiera.L’ultimo grande film di Douglas è forse Uomini e cobra (’70) altro bellissimo western di Joseph L. Mankiewicz, con Henry Fonda.

Negli anni ’70 il nostro si cimenta nella regia ma con risultati non particolarmente memorabili: Un magnifico ceffo da galera e I giustizieri del west. Da qui in poi più niente di memorabile.

Ci tengo solamente a ricordare il cameo nel divertente e sottovalutatissimo Oscar – un fidanzato per due figlie (’91) di John Landis, in cui Douglas interpreta nei primi cinque minuti il padre morente del protagonista Snaps Provolone interpretato da Sylvester Stallone. Nel 2003 recita accanto al figlio Michael nel suo penultimo film Vizio di famiglia.

Quando penso a Kirk Douglas non so dire quale immagine mi venga in mente per prima: se quella del colonnello Dax di Orizzonti di gloria, o quella del gladiatore Spartaco mentre brandisce una spada con il braccio destro rivestito dall’armatura. Di certo penso a un attore che grazie ai suoi lineamenti che sembrano scolpiti nella pietra e ad una manciata di capolavori firmati da grandi e indimenticabili registi, è entrato a pieno titolo nella storia del cinema.

Altri cento di questi anni, Kirk.