Ci ho messo praticamente tre anni, ma alla fine ce l’ho fatta. Chi segue il mio blog probabilmente si ricorda che nel 2016 (quando il blog era appena nato) ho recensito tutti gli album di Bruce Springsteen. All’appello mancano solo Western stars, uscito nel giugno del 2019, e Letter to you, uscito l’anno dopo. Oggi recensisco Western stars, e il motivo per cui ho aspettato così tanto è che per molto tempo non sono riuscito ad avere un’idea precisa su questo album. Su Letter to you invece ho le idee più chiare, ma non ne ho scritto perché vorrei rispettare l’ordine cronologico.

Western stars viene presentato come un omaggio al pop californiano anni ‘60, un album solista ma non acustico, cioè lontano dalle atmosfere che hanno caratterizzato i lavori solisti più importanti di Springsteen, ovvero Nebraska, The ghost of Tom Joad e Devils & Dust.

Il primo singolo dell’album è Hello sunshine, che al primo ascolto mi ha lasciato piuttosto freddo. Poi però man mano che la ascoltavo cresceva sempre di più, e più la ascoltavo attentamente più capivo quanto quella canzone sembrava cucita su misura per me per via di quello che stavo vivendo in quel periodo (ho scritto un articolo sulla canzone che trovate cliccando qui).

Con il secondo singolo ho avvertito i primi campanelli d’allarme: There goes my miracle è una canzone pop che sembra uscita da Working on a dream, uno degli album meno apprezzati del boss.

La canzone, dopo diversi ascolti, non si è rivelata così brutta, ma non era quel tipo di canzone che generalmente un fan di Springsteen si aspetta. Quindi l’interesse verso l’album cominciava a ridimensionarsi. Con il terzo singolo Tucson train le cose andarono diversamente. La canzone è puramente springsteeniana, e anche se è dominata dai violini, la cosa che abbiamo pensato un po’ tutti è la stessa: chissà che capolavoro ne sarebbe venuto fuori con la E Street Band.

Dopo tre singoli arrivò finalmente il momento di ascoltare l’album intero.

Lo ammetto: al primo ascolto mi annoiai a morte. Nessuna canzone mi fece gridare al miracolo, anzi il mio primo pensiero fu questo: “Giuro che se oggi sento ancora una chitarra e un violino potrei impazzire”.

Dal 2005, anno di Devils & Dust, gli album di Springsteen li compro il giorno stesso dell’uscita, e finora tutti gli album al primo ascolto mi avevano fatto impazzire, perfino lavori discutibili come Working on a dream e High hopes (quest’ultimo penso sia il suo album peggiore), quindi mi sembrava impossibile che per la prima volta un album di Bruce mi lasciasse del tutto indifferente.

Poi però, nonostante la mia indifferenza, mi sono ritrovato ad ascoltare l’album a ripetizione durante i miei giri in macchina. Era giugno, e in quel periodo facevo spesso dei lunghi giri in macchina verso la campagna e il fiume, nei miei giorni di riposo, e avere Western stars come sottofondo non era poi così male. Dopo numerosissimi ascolti alcune canzoni si rivelarono in tutta la loro grandezza, come ad esempio Western stars, Chasin’ Wild Horses, Somewhere north of Nashville, Stones e Moonlight Motel. La canzone che da’ il titolo all’album sembra una sorta di Devils & Dust un po’ più cinematografica e orchestrata. Uno degli errori in fase di promozione è stato, secondo me, quello di presentarlo come un omaggio al pop californiano anni ‘60. Perchè le canzoni sembrano indecise se seguire una direzione acustica (paragonabile quindi a Devils & Dust) oppure una direzione pop come dimostrano alcune canzoni quali The Wayfarer, Sundown e There goes my miracle. Sundown in particolare sembra un’outtake di Working on a dream, quindi uno degli episodi più trascurabili dell’album. Penso che all’album avrebbe giovato una direzione maggiormente acustica, sulla falsariga di Devils & Dust, anziché riempire il tutto con quelle orchestrazioni talvolta superflue. Perchè le canzoni alla base ci sono, i testi sono potenti, ma la produzione non sempre rende giustizia alle canzoni. Le canzoni che ho citato prima sono tra le cose più belle che Springsteen abbia scritto negli ultimi vent’anni, quindi sarebbe stato più interessante seguire quella direzione. Altre canzoni, invece, funzionano bene solo ed esclusivamente all’interno dell’album che non singolarmente: si pensi alla prima canzone della tracklist Hitch Hikin’, accompagnata da un banjo e che verso la fine si apre coi violini. È un inizio che lascia un po’ spiazzati, perché la canzone in sé non convince molto, ma in quanto apripista riesce a dare l’idea di un viaggio che inizia con un certo ottimismo, per poi chiudersi con la disillusione di Moonlight motel.

Oggi, dopo tre anni, posso dire che Western stars è uno di quegli album di Springsteen che rientra nella categoria dei “belli che però non ascolto mai”.

Perché in definitiva Western stars è un gran bell’album, che ci dimostra ancora una volta (casomai ce ne fosse bisogno) che Springsteen a 70 anni e a quasi 50 di carriera, riesce ancora a scrivere grandi canzoni. Però data la sua immensa produzione, e grazie anche al successivo Letter to you decisamente più godibile all’ascolto, questo album sarà destinato ad essere uno dei meno ascoltati.

Però dopo il mediocre High hopes e 5 anni di silenzio discografico ci voleva un album così.

A breve pubblicherò la recensione di Letter to you, quindi… ci rivediamo presto.