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Kirk Douglas – cento anni di un mito

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Non occorre essere morti per entrare nel mito; a volte basta compiere cento anni. Questo è il traguardo raggiunto ieri, 9 dicembre, dal grandissimo Kirk Douglas, uno dei più grandi attori di tutti i tempi, curiosamente snobbato dall’Academy che gli ha conferito solo un premio Oscar alla carriera nel 1996 (ben vent’anni fa).

Con 73 lungometraggi all’attivo, Douglas ha lavorato con alcuni dei più importanti registi del secolo scorso, tra i quali: Billy Wilder, William Wyler, Vincente Minelli, King Vidor, Elia Kazan, Brian De Palma e l’indimenticabile Stanley Kubrick con il quale aveva un rapporto di amore – odio.

Fu Lauren Bacall a raccomandarlo per il suo primo ruolo nel 1946 per il film Lo strano amore di Marta Ivers. In quel film Douglas interpretava un ruolo marginale ma la sua presenza scenica è già notevole: fossetta sul mento, spalle da atleta e lineamenti scultorei. La consacrazione arrivò tre anni dopo con il bellissimo Il grande campione; erano gli anni in cui si i registi americani si ispiravano ai maestri del neorealismo italiano, senza raggiungerne i vertici, ma offrendo comunque ottimi film e, in questo caso, un’ottima prova d’attore da parte di Kirk Douglas, che con la sua grinta riesce a rendere indimenticabile il suo pugile venuto su dal nulla.

Gli anni ’50 sono sicuramente il decennio che lo vede protagonista delle pellicole più memorabili, a cominciare da L’asso nella manica, di Billy Wilder (’51), un’interpretazione sopra le righe in cui Douglas interpreta un giornalista spietato nell’America in cui il successo e i beni materiali valgono più dei principi morali. A seguire troviamo Pietà per i giusti e Il bruto e la bella, rispettivamente diretti da Wyler e Minelli. E poi nel 1954 Ulisse, diretto dal “nostro” Mario Camerini, film campione di incassi della stagione 1954-1955; nello stesso anno lo troviamo nelle vesti del capitano Ned Land nella versione disneyana di 20.000 leghe sotto i mari, in cui divide lo schermo con altri due pesi massimi della recitazione: James Mason e Peter Lorre.Nel 1956, nuovamente diretto da Minelli, interpreta Van Gogh nel bellissimo e sottovalutato Brama di vivere. Oscar mancato, che andò però all’attore non protagonista Anthony Quinn che interpretava Gauguin. È del 1957 quello che forse è il capolavoro assoluto nella filmografia di Kirk Douglas: Orizzonti di gloria, diretto dal maestro Stanley Kubrick, che grazie al suo stile è riuscito ad offrire alla storia del cinema uno dei film anti militaristi più belli di sempre, ma se non fosse stato per l’interpretazione di Douglas, memorabile colonnello Dax, il film avrebbe avuto quel quid in meno.

La coppia Douglas – Kubrick la troviamo di nuovo insieme tre anni dopo in Spartacus; altro capolavoro che inizialmente doveva essere diretto da Anthony Mann ma che poi fu licenziato dal protagonista e produttore Douglas che volle Kubrick alla regia. Durante la lavorazione ci fu molta competizione tra protagonista e regista, dalla quale Kubrick ne uscì in parte sconfitto tanto da non riconoscere quasi la paternità del film, incolpando Douglas di aver ammorbidito alcuni aspetti come la lotta di classe, rendendoli più zuccherosi e appetibili a un pubblico più vasto. Douglas volle inserire nei titoli di coda il nome dello sceneggiatore Dalton Trumbo, in funzione anti-maccartista. Altro film meritevole di una menzione è Solo sotto le stelle (’62) diretto da David Miller, nuovamente sceneggiato da Trombo. Si tratta di un western in cui Douglas interpreta un cowboy solitario e romantico, in cui la modernità vince sull’epica della frontiera.L’ultimo grande film di Douglas è forse Uomini e cobra (’70) altro bellissimo western di Joseph L. Mankiewicz, con Henry Fonda.

Negli anni ’70 il nostro si cimenta nella regia ma con risultati non particolarmente memorabili: Un magnifico ceffo da galera e I giustizieri del west. Da qui in poi più niente di memorabile.

Ci tengo solamente a ricordare il cameo nel divertente e sottovalutatissimo Oscar – un fidanzato per due figlie (’91) di John Landis, in cui Douglas interpreta nei primi cinque minuti il padre morente del protagonista Snaps Provolone interpretato da Sylvester Stallone. Nel 2003 recita accanto al figlio Michael nel suo penultimo film Vizio di famiglia.

Quando penso a Kirk Douglas non so dire quale immagine mi venga in mente per prima: se quella del colonnello Dax di Orizzonti di gloria, o quella del gladiatore Spartaco mentre brandisce una spada con il braccio destro rivestito dall’armatura. Di certo penso a un attore che grazie ai suoi lineamenti che sembrano scolpiti nella pietra e ad una manciata di capolavori firmati da grandi e indimenticabili registi, è entrato a pieno titolo nella storia del cinema.

Altri cento di questi anni, Kirk.

 

 

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È la frase che io e i miei amici ci siamo divertiti a ripetere alla fine della proiezione: “Positivo, molto positivo.” Perché The nice guys ha soddisfatto tutte le nostre già rosee aspettative.
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