critica

Blood Father – Quelle perle che non trovi al cinema

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Noi appassionati di cinema sappiamo bene quanto siano brutti i problemi di distribuzione nelle sale. Ed è così che talvolta ci capita di dover aspettare mesi, se non anni, per poter vedere un titolo che dall’altra parte dell’oceano è già disponibile in dvd.
Blood father è uno di quei titoli; uscito nelle sale americane ad agosto dello scorso anno, è adesso disponibile da noi in versione digitale.

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La battaglia di Hacksaw Ridge – Bentornato Mel

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A Mel Gibson regista non gli si può dire niente. L’abbiamo sempre saputo, da quando nel 1993 consegnò il suo primo gioiello dal titolo L’uomo senza volto, che in realtà era solo un piccolo e delizioso antipasto; l’esplosione sarebbe avvenuta due anni dopo con Braveheart a cui seguì il trionfo che noi tutti sappiamo. Poi due film controversi come La passione di Cristo e Apocalypto, e a seguire violenze domestiche e dichiarazioni antisemite che gli sono costate le porte chiuse di Hollywood. Nemmeno la nuova vita da villain cinematografico vista ne I mercenari 3 e Machete kills ha avuto i risultati sperati sotto il profilo degli incassi; invece il ritorno alla regia a dieci anni da Apocalypto pare aver riportato Gibson sulla retta via, tanto che la sua ultima opera ha portato a casa sei nomination agli Oscar, tra cui Miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista.

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Undici piccole storie di dolore e gloria per i Dropkick Murphys

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Il 6 gennaio è uscito il nuovo atteso album dei Dropkick Murphys dal titolo 11 short stories of pain & glory. La band di Boston rimane fedele al suono Celtic punk dei precedenti lavori, questa volta però le canzoni sembrano essere molto più “morbide” e dirette.

I critici hanno detto più o meno tutti la stessa cosa riguardo questo album: si tratta di un lavoro piacevole in cui si avverte un po’ di stanchezza e manca l’aggressività che ha caratterizzato i lavori precedenti. Sarà per questo motivo che io mi sono innamorato di questo disco fin dal primo ascolto.

Riassunto delle puntate precedenti: ho scoperto i Dropkick nel 2011 con il stupendo Going out in style e da subito mi innamorai di quel mix tra punk, rock, e musica celtica che ti proiettava in un pub irlandese con una Guinness in mano ad ascoltare storie dei cosiddetti “ultimi”, ignorati dalla società. L’album conteneva anche Peg o’ my heart, cantata con Bruce Springsteen, a dimostrazione di una certa rilevanza artistica ormai raggiunta.
Due anni dopo è uscito Signed and sealed in blood, meno bello ma non per questo un album inferiore. Non so quante volte mi sono ascoltato The boys are back sparata a tutto volume in macchina; una vera libidine.

E adesso, dopo ben quattro anni di attesa, ecco arrivare questo nuovo album:
è vero, le canzoni sono tutte molto più tranquille e leggere rispetto ai primi lavori, e a me piacciono proprio per questo motivo: ho sempre preferito le canzoni che viravano più verso il rock che non verso il metal, e quindi è per questo che amo alla follia gli ultimi album e non i primi.
A risentirne di più sono i testi, che sembrano scritti di getto, anche se comunque trattano temi importanti; una su tutte 4-15-13, splendida ballata che racconta con poche semplici parole dei lavoratori che cercano di tirare avanti come possono, nonostante le difficoltà.

Non troverete pezzi hard rock in questo album, quindi se siete fan dei primi Dropkick questo album non vi farà impazzire. Se invece vi piace la loro veste più soft, allora questo album è pane per i vostri denti.
Nonostante la loro semplicità, io ho apprezzato tutte le canzoni, e non ce n’è una che mi annoi o mi spinga a premere il tasto Next track.
Certo, dopo quattro anni di attesa ci si poteva aspettare un album un po’ più corposo e un numero di tracce maggiore, tenendo conto che tra le 11 canzoni presenti una è strumentale e due sono cover di brani tradizionali. Però a me sono bastate poche cose per amare alla follia questo album: prima di tutto la prima canzone, (dopo la strumentale The lonesome boatman) Rebels with a cause, un tiratissimo pezzo punk rock in cui le voci di Al Barr e Ken Casey si intrecciano alla perfezione, poi la leggerissima ma frizzante Sandlot, cantata tutta da Ken, in cui si parla dei bei tempi andati. Una canzone tenuta in piedi dalla chitarra acustica e dal battimani, quel genere di canzone che ti mette il buon umore. E poi la splendida Paying my way, un giro di piano avvolgente e un ritornello cantato in coro e perfino un assolo di armonica. Ecco, queste tre canzoni mi sono bastate per adorare questo album. Anche Kicked to the curb merita una menzione grazie al suo bel tiro e al testo disimpegnato e divertente.

Insomma, 11 short stories of pain & glory non resterà uno dei capisaldi nella discografia dei Dropkick, ma come album di transizione fa la sua bella figura. E anche se non sono canzoni che resteranno impresse, hanno comunque il pregio di accompagnare queste giornate e renderle più piacevoli; e per quanto mi riguarda, sono sicuro che tornerò ad ascoltare queste canzoni anche tra cinque anni, proprio come mi è capitato con Going out in style.

Buon ascolto.

Tracklist.

  • The Lonesome Boatman
  • Rebels With A Cause
  • Blood
  • Sandlot
  • First Class Loser
  • Paying My Way
  • I Had A Hat
  • Kicked To The Curb
  • You’ll Never Walk Alone
  • 4-15-13
  • Until The Next Time

Made in Italy – Finalmente un grande album di Ligabue

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Sarà il periodo, sarà che ho voglia di sentire nuove canzoni, sarà che sto invecchiando, oppure che ultimamente sono un po’ “unplugghed”, ma il nuovo album di Ligabue mi piace; e non poco.

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C’era una volta il west – tra i 5 film più belli della storia

cera_una_volta_il_westNon ho mai stilato una classifica dei miei dieci film preferiti. Dentro di me vige una sorta di insicurezza che mi rende impossibile prendere una decisione ferma e sincera verso una questione di così vitale importanza; ma se dovessi scegliere dove collocare C’era una volta il west, se non tra i primi tre posti, di sicuro lo metto tra i primi cinque. Sicuro, sicuro, sicuro.
Per un semplice motivo: questo film è cinema. (altro…)

Suicide squad – un film completamente inutile

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Il mio primo pensiero dopo aver visto Suicide squad era rivolto alla sceneggiatura. Era da tanto, troppo tempo che non vedevo un film con una sceneggiatura così pigra e svogliata e priva di un qualsiasi guizzo narrativo o logico. Suicide squad, come ben sappiamo, è stato massacrato dalla critica, come già accaduto con Batman V Superman; con la differenza che nella pellicola di Snyder si riusciva a trovare qualcosa che potesse giustificare il film e, nonostante le stroncature, ritenere che fosse un buon film. Quello che invece penso che Suicide squad non potrà mai essere è proprio un buon film.

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Tartarughe ninja – Fuori dall’ombra. Non sempre è facile tornare bambini

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Per chi, come me, è stato bambino negli anni ‘90 le Tartarughe ninja occupano un posto di tutto rilievo. Tra i ricordi più belli che ho, c’è la colazione accompagnata dal cartone delle quattro tartarughe adolescenti, ma soprattutto la videocassetta (registrata) fatta andare avanti e indietro all’infinito di Il segreto di Ooze, secondo episodio dedicato alle turtles della trilogia degli anni ‘90.

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