La prima cosa che fece, appena si svegliò, fu guardare la data sul calendario. Era il 21 settembre, e lui lo sapeva bene, ma era così eccitato che non gli sembrava vero, così andò alla ricerca dell’ennesima prova. Si fece la barba e si mise il suo vestito migliore, e bevve un caffè come faceva tutte le mattine.
“Dove stai andando, Leopoldo?” gli chiese sua moglie.
“Ho un appuntamento”.
“Un appuntamento? Con chi? Non vai mai da nessuna parte”
“Devo vedermi con una persona”.
“Perché non cerchi di essere più chiaro? Hai settant’anni e non ti vedevo vestito così dal matrimonio di nostra figlia”.
“Ho fatto una promessa cinquant’anni fa. Devo vedermi con una persona, tutto qui”.
“Leopoldo mi stai spaventando. Sicuro di star bene?”.
“Ti prego Agata, non insistere. Quando sarò di ritorno ti racconterò tutto, intesi?”.
Sua moglie aveva un’aria smarrita, non capiva cosa frullasse nella testa di suo marito.
Tuttavia egli aveva un’aria molto rilassata e un’espressione gioviale. Fu molto sorpresa, se non addirittura ammirata, di vederlo così.
“Cara, quante volte ti ho chiesto di non insistere in questi quasi cinquant’anni di matrimonio? Devo solo vedere una persona, tutto qui. Ti spiegherò tutto al mio ritorno”.
Prese le chiavi dell’auto, si diede un’ultima sistemata davanti allo specchio e andò verso la porta.
Prima di uscire si girò verso la moglie, strizzò l’occhio e fece un mezzo sorriso ammaliante: “A più tardi, piccola”.
“Ma va in mona”, fu la sua risposta. Quando era arrabbiata tirava fuori le sue origini venete.

Salì in macchina e partì verso Pavia, la sua città natale. Il luogo dell’appuntamento.
Il sole cominciava ad affacciarsi timidamente all’orizzonte, e l’estate aveva ceduto il posto all’autunno. Aveva aspettato quel giorno da cinquant’anni, ed era impossibile dimenticare quella data. La fine dell’estate, l’inizio dell’autunno.
Ora il suo pensiero fisso era lei, Ebe, la ragazza che conobbe quando aveva solo vent’anni.
Si erano conosciuti quel giorno di fine estate di cinquant’anni fa, e insieme passarono una giornata indimenticabile. Lei era lì di passaggio, a far visita ai nonni, o così diceva. Non disse mai da dove arrivava, e Leopoldo non glielo chiese. Mentre era in macchina continuava a pensare a quella giornata di mezzo secolo fa. Ebe, mia dolce Ebe. Non ti ho mai dimenticata. In tutti questi anni son tornato spesso con la memoria a quel giorno passato insieme, ma in questo momento il ricordo mi sembra più vivo che mai. Mi sento come se stessi andando incontro alla nostra giovinezza, come se gli orologi stessero tornando indietro anziché scandire il tempo in avanti.
Quel giorno di molti anni prima, camminarono lungo il fiume Ticino, seguendo il suo corso. Parlarono dei loro sogni, delle loro passioni, mentre il Ponte Vecchio si ergeva alle loro spalle dando un tocco maestoso a quel momento. Lei era così bella e innocente, con quel candore che ancora non era stato intaccato dalla vita. Era pura, spontanea e con gli occhi che spesso si perdevano in un luogo non ben definito verso l’orizzonte, in cerca di una risposta o forse solo ad accogliere un altro sogno che si stava facendo strada nella sua mente.
Leopoldo avrebbe voluto fermare per sempre quel momento insieme a lei, e mentre ridevano fianco a fianco, il terreno sabbioso e irregolare faceva sì che ogni tanto ella perdesse l’equilibrio andandosi ad appoggiare su di lui. Egli sentiva così la sua pelle liscia e profumata su di lui; avrebbe voluto sempre sostenerla qualora fosse inciampata. Fu in un momento ben preciso, quando una folata di vento accarezzò l’erba e fece danzare le foglie sugli alberi, che lui le strinse le braccia attorno ai fianchi e la baciò. In quel momento tutto sembrò fermarsi. Il fiume smise di scorrere e il tempo era solo per loro. Sentiva ancora quel sapore dolce e bagnato sulle sue labbra, e cercava di tenere stretto quel ricordo prima che il tempo lo portasse via definitivamente.Passarono la serata sdraiati sul prato a guardare scorrere il fiume, quando lei disse: “Facciamo un patto. Tra cinquant’anni esatti ci troveremo di nuovo qui. Stesso giorno, dopo il sorgere del sole.”
Leopoldo sentì una fitta al cuore, come in quel momento in cui stai per svegliarti da un bellissimo sogno. “Non voglio aspettare cinquant’anni per vederti, io voglio stare con te, Ebe”.
Si avvicinò a lui e gli diede un ultimo bacio sulle labbra, poi come una visione celeste si fece strada verso l’orizzonte, muovendosi in armonia con lo scorrere del fiume. Si voltò un’ultima volta: “Ricordati del nostro appuntamento”. Poi non la vide mai più.
Nella sua testa si fecero strada diversi pensieri. Temeva si fosse dimenticata di quell’appuntamento, che una volta arrivato lì non avrebbe trovato nessuno. Ma in cuor suo sapeva che nessuno dei due si era dimenticato dell’altro.

Parcheggiò la macchina, e camminando si trovò all’ingresso del Ponte Vecchio. Non tornava nella sua città da troppo tempo, e rivederla dopo tutti quegli anni fece esplodere dentro di lui un miscuglio di sensazioni contrastanti. Scese la scalinata che conduceva verso la riva del fiume. Guardò davanti a sé… dopo pochi attimi vide in lontananza una figura. Un vestito bianco e lungo che si muoveva al vento e rendeva ancora più spettacolare quella presenza. Il cuore gli esplodeva nel petto. Non gli sembrava vero, eppure quei lineamenti erano inconfondibili: la carnagione chiara, i capelli scuri, le labbra dolci e carnose, quegli occhi verdi che brillavano come un diamante, in maniera avvolgente. Si trovarono uno di fronte all’altro, lei sorrise mentre lui cercava le parole giuste che potessero superare lo scoglio delle sue emozioni.
“Ebe, sei proprio tu”.
“Sì, Leopoldo, sono proprio io. Non ti ho dimenticato”.
Lui la strinse in un abbraccio pieno di passione, ma allo stesso tempo delicato, come se avesse paura che stringendo più forte si potesse sgretolare quel bellissimo momento.
“Sembra che gli anni non siano passati”, disse lui.
“E invece è passato mezzo secolo, ma siamo ancora qui, ed è questo quello che conta”.
“Mio Dio, mi sento come se il tempo non fosse passato. È come se all’improvviso sentissi addosso i miei vent’anni e tutto quello che ho vissuto finora dovesse ancora venire”.
Lei appoggiò una mano al suo viso, accarezzandolo dolcemente: “Forse è proprio così, il tempo si è fermato e ci sta regalando un’altra giovinezza”.
Si ritrovarono di nuovo insieme, fianco a fianco a camminare lungo il fiume, nella sua stessa direzione.
“Mi ricordo ancora, mia cara Ebe, quando mi chiedesti se l’acqua del fiume è sempre la stessa, o continua a cambiare”.
“E tu mi rispondesti che l’acqua che vediamo scorrere è come i giorni che viviamo. Uno scorrere talvolta calmo, talvolta irrequieto, ma mai uguale”.
Leopoldo si sporse verso il fiume a guardare la sua immagine riflessa, e gli sembrava di vedere il volto del ventenne che fu in mezzo alle increspature dell’acqua. E anche il volto di lei era lo stesso di quella ragazzina candida che aveva conosciuto cinquant’anni prima.
“Non sai quanto ho pensato a te in tutti questi anni. Quando sentivo il tempo che scorreva sulla mia pelle, quando cominciavo a realizzare che era più il tempo alle mie spalle che quello che avevo davanti, io mi aggrappavo al ricordo di noi due, per paura di perdere le nostre immagini e abbandonarmi definitivamente alla vecchiaia”.
“Sai Leopoldo, ogni anno quando finiva l’estate, pensavo sempre a quel nostro magico incontro. Pensavo sempre a questo luogo, ai nostri baci, i nostri discorsi. Ma dopo tanti anni ho capito una cosa: quando siamo stati insieme, senza pensieri, solo con i nostri sogni e i nostri sorrisi, sai dove stavamo andando?”.
“Dove?”
“Stavamo andando avanti. Non ci stavamo guardando indietro. Non c’era neanche un passato da rivangare, ed è forse questo il senso della felicità. Guardare solo avanti”.
Restarono abbracciati a guardare il fiume. Il loro fiume. Egli era consapevole, questa volta, che quel momento non sarebbe mai più tornato, ma la gioia di essere lì in quel preciso istante lo rese semplicemente grato per quel che stava vivendo.

Quando tornò a casa era passata la mezzanotte. Agata stava dormendo, o forse stava solo fingendo.
Infatti aprì gli occhi e lentamente si alzò restando però seduta sul letto.
“Allora… com’è andato il tuo appuntamento?”.
“Beh, direi bene”. Sorrise Leopoldo.
“Hai ritrovato la persona che hai conosciuto cinquant’anni fa?”.
Leopoldo aveva un’espressione pensierosa, sembrava stesse portando a termine i suoi pensieri prima di dare una risposta a sua moglie. Accennò un sorriso che inizialmente sembrava rassegnato ma che poi si rivelò di gratitudine.
“Sì, ci sono andato all’appuntamento. Ma… non c’era nessuno”.
Agata inarcò un sopracciglio come se quella fosse la risposta che aspettava, quasi a voler dire te l’avevo detto.
“Sono rimasto lì da solo, a passeggiare lungo il fiume. A riflettere un po’. Pensare. Solo io e i miei ricordi, capisci?”
Lei scosse la testa molto lentamente: “Io credo che tu stia avendo una mezza crisi. Sicuro di stare bene, caro?”.
“Oh sì, mi sento bene. E la sai una cosa mia cara? Ti amo. Ti amo da morire”.
“Oh, santo cielo”.
“Dico sul serio, tesoro. So che non te lo dico da tanto tempo, ma è quello che provo. E la voglia di dirtelo stava esplodendo dentro di me”.
Gli occhi di Agata si colmarono di un velo opaco, e una lacrima scese rapidamente lungo la guancia. “Ma perché me lo stai dicendo? È successo qualcosa?”.
“No amore mio, mi sono solo guardato alle spalle e ho ripensato ai nostri cinquant’anni passati insieme, a quello che abbiamo passato, quello che abbiamo costruito. Ed è stato tutto grandioso. Stava smettendo di esserlo quando sono stato troppo a lungo fermo a guardarmi alle spalle. Ma ora voglio guardare avanti, per quel che mi resta da vivere. Io e te, per sempre”.
Con la voce spezzata dall’emozione, lei gli rispose “Anch’io ti amo. Tanto”.
Si abbracciarono forte come non accadeva da tanto tempo, i loro profumi si confusero nella notte e il bacio che si diedero sapeva di lacrime e felicità.
Si addormentarono abbracciati.