Il mio articolo di settimana scorsa dedicato a Umberto Lenzi ha avuto un buon numero di visualizzazioni, e così ho deciso di approfondire il discorso sul regista e scrittore italiano.
La scorsa volta abbiamo riscoperto dieci film che nella vasta filmografia del regista (si contano 61 pellicole) occupano un posto inferiore rispetto ad altri titoli che col tempo sono diventati veri e propri cult. Nei dieci film di cui ho parlato veniva dato maggior rilievo al periodo degli anni ‘60, poiché ho rispolverato 8 film di quel decennio, uno degli anni ‘70 e uno degli anni ‘80.

Con questo post voglio concentrarmi esclusivamente sugli anni ‘70, decennio nel quale il regista ha girato ben 20 pellicole.
Questo periodo è ricordato principalmente per i thriller, e soprattutto i “poliziotteschi”, che hanno dato vita a figure entrate nel mito come Il Gobbo e Er Monnezza, entrambi interpretati da Tomas Milian. Il personaggio del Gobbo (soprannome di Vincenzo Marazzi) lo troviamo nel film “La banda del Gobbo”, una delle migliori pellicole di Lenzi nella quale Tomas Milian offre un’interpretazione memorabile nei panni sia del Gobbo che del fratello “buono” Sergio Marazzi, detto “Er Monnezza”. Il monologo finale del Gobbo sulle classi agiate è sicuramente il momento migliore del film, di un’intensità particolarmente coinvolgente. Il personaggio di Er Monnezza, invece, l’avevamo già visto ne “Il trucido e lo sbirro” (1976) diretto da Lenzi, e ne “La banda del Trucido” (1977) di Stelvio Massi.
Altre pellicole di questo decennio che hanno segnato l’epoca sono i poliziotteschi ambientati nelle grandi città italiane: “Milano rovente” (1973), “Milano odia: la polizia non può sparare” (1974), “Roma a mano armata” (1976) e “Napoli violenta” (1976).

Come potete vedere dall’anno di produzione, si tratta di pellicole che venivano girate in pochissime settimane, e avevano molto successo. Tomas Milian in un’intervista disse che questo genere di pellicole ha sostituito il cinema western, genere che in quegli anni non andava più tanto di moda. Il vantaggio dei polizieschi era che venivano girati molto più in fretta a differenza dei western perché si risparmiava in ricostruzioni, comparse e cavalli. Il trucco dei film dedicati a Er Monnezza era quello di aver soppiantato quel genere trasportando il mondo western in quelle pellicole. La motocicletta ha sostituito il cavallo, mentre permangono gli assalti alle banche, ai treni, le rapine e le sparatorie.

Un altro cult del decennio è “Il paese del sesso selvaggio” (1972), considerato il capostipite dei “Cannibal Movie”. La storia si rifà a “Un uomo chiamato Cavallo”, e infatti il titolo iniziale doveva essere “L’uomo dai fiumi profondi”. Lenzi lamentava il fatto che la Medusa avesse cambiato il titolo in “Il paese del sesso selvaggio”, e imputa al titolo la colpa del flop in Italia, mentre all’estero fu molto venduto.

Come dicevo prima, negli anni ‘70 Lenzi dirige ben 20 pellicole. Queste che ho citato sono tra quelle più famose, ora però vorrei dedicare spazio a dieci titoli che non hanno avuto altrettanta fortuna, ma a mio avviso sono dei piccoli gioielli da riscoprire.

1
Paranoia

(1970)

Terzo giallo di Lenzi con protagonista Caroll Baker. Qui l’attrice interpreta Helen, che dopo un lungo periodo di convalescenza raggiunge l’ex marito Maurice (Jean Sorel) a Palma di Maiorca. Helen si trova coinvolta in un intrigo ordito da Constance, la moglie di Maurice, che vuole sbarazzarsi dell’uomo.
Si tratta di uno dei migliori thriller del regista, con bellissime scene d’azione girate con una tale maestria da anticipare ciò che Lenzi saprà farà nei poliziotteschi.
Il regista, qui al suo 24esimo lungometraggio girato in appena nove giorni, dimostra ormai una grande padronanza del mezzo cinematografico, soprattutto nelle scene di azione e suspance.

2
Un posto ideale per uccidere

(1971)

Una coppia di giovani studenti (Ornella Muti e Ray Lovelock) si fa ospitare da una ricca signora americana (Irene Papas) che ha appena ucciso il marito. La donna decide di incastrare i due giovani mettendo il cadavere del marito nella loro auto.
Lenzi riguardo al film disse questo: “Un film sbagliato che ripudio. Avrei voluto fare una cosa alla Easy rider, ma la produzione pretendeva un giallo, pretendeva ancora una volta la Baker, poi saltò fuori Irene Papas, molto brava ma non certo seducente, e Ornella Muti come intrigante ragazzina. L’idea era buona ma i produttori rovinarono tutto: sostituirono la droga con le foto porno, perché Ponti non voleva tossicodipendenti. Ponti non era certo un uomo di larghe vedute, lui non era neppure stato scalfito dal clima del sessantotto. Il film fu un disastro e io mi giocai il futuro con la sua casa di produzione”.
Il film non è così disastroso, se si è in cerca di 90 minuti di pura evasione. Certo non siamo ai livelli di “Orgasmo” (1969) e “Paranoia” (1970), ma i momenti interessanti non mancano. La mano del regista si avverte specialmente nei momenti più inquietanti. Non imprescindibile, ma vale comunque la pena riscoprirlo.

3
Sette orchidee macchiate di rosso

(1972)

Due giovani donne vengono uccise brutalmente da un noto assassino, che lascia come firma una mezzaluna d’argento. Giulia, in viaggio di nozze col marito Mario, sfugge miracolosamente a un’aggressione dello stesso individuo. Mario, investigando per conto proprio, scopre uno strano legame tra Giulia e le due donne assassinate.
Buon thriller che però ebbe problemi in fase di produzione.
Lenzi si mostrò perplesso a riguardo, dicendo: “I produttori sciuparono tutto. Pretesero di avere l’ultima parola su ogni singola scena. In ogni caso il film è tecnicamente ben fatto, ci sono alcune scene stupende, ma se i produttori avessero fatto soltanto il loro mestiere sarebbe venuto meglio”.
Nel cast appaiono nomi importanti come Antonio Sabàto nel ruolo di Mario.

4
Il coltello di ghiaccio

(1972)

Il film inizia con una disturbante e cruenta rappresentazione di una corrida, esibita nei minimi particolari. Poi entra in scena la protagonista Carroll Baker (qui alla sua quarta collaborazione col regista) nei panni di una ragazza divenuta muta in seguito alla morte dei genitori. Riceve la visita della cugina e cantante Jenny (Ida Galli), e da quel momento ha inizio una serie di delitti.
Si tratta di un thriller molto ben girato, con ottime scene di suspance, e la bella fotografia conferisce alla pellicola un’atmosfera affascinante. Il ritmo non è sempre costante, come spesso ci ha abituati il regista, ma il risultato finale è comunque buono. I delitti non sono esibiti nei minimi dettagli come nei contemporanei thriller “argentiani”, ma vengono presentati con stile classico, quasi “hitchockiano”. Quel che interessa a Lenzi è creare un’atmosfera simile a “La scala a chiocciola”, film del 1946 di Robert Siodmak.

5
Gatti rossi in un labirinto di vetro

(1974)

Una comitiva di turisti americani, in gita a Barcellona, si trova vittima di una serie di omicidi compiuta da un maniaco seriale in impermeabile rosso, e come segno distintivo cava gli occhi alle sue vittime.
Si tratta di un prodotto di imitazione che riesce comunque a mantenere una certa identità.
I plagi da altri film si sprecano, come l’impermeabile rosso del serial killer che ricorda “A Venezia… un dicembre rosso shocking” (1973) di Nicolas Roeg, mentre il titolo richiama esplicitamente “Il gatto a nove code” (1971) di Dario Argento. Allo stesso modo, Argento si ispirerà alla pellicola di Lenzi e a quella di Roeg per il suo “Tenebre” del 1982.
Massacrato dalla critica, il film ha comunque il merito di offrire alcune sequenze di indubbio effetto visivo, come quella finale in cui l’omicida con un occhio privo di pupilla, tenta di infilarsi nell’incavo l’occhio strappato della vittima.
Barcellona è molto ben fotografata, e alcune sequenze sono volute dalla produzione iberica come cartolina turistica della Spagna.

6
Il giustiziere sfida la città

(1975)

Subito dopo “L’uomo della strada fa giustizia” (di cui ho parlato nel post precedente), Lenzi gira questo nuovo thriller che però non ha niente a che fare con l’opera precedente che aveva come protagonista il glaciale Henry Silva.
Qui il ruolo principale è affidato a Tomas Milian, qui al secondo dei sei film girati insieme al regista. Il suo personaggio viene chiamato “Rambo”, nome che viene utilizzato con sette anni di anticipo rispetto al successo omonimo interpretato da Sylvester Stallone.
Tomas Milian aveva infatti letto il libro “Primo sangue” di David Morrell dal quale venne poi tratto il film statunitense. Egli tentò invano di realizzarne una versione italiana ma la produzione non era d’accordo. Rimase però il nome del protagonista come ripiego.
La trama è semplice: Rambo, un ex malvivente intenzionato a cambiare vita, torna a Milano dall’amico Pino. Quando una gang di criminali uccide l’amico, Rambo scatenerà la propria vendetta privata.
La caratterizzazione del protagonista è simile a quella di vecchi personaggi e anticipa quelli a venire. Rambo ha la barba lunga, è volgare e dice parolacce, caratteristiche che ritroveremo qualche anno dopo in Nico Giraldi, alias “Er Monnezza”.
Inizialmente il film doveva intitolarsi “Rambo sfida la città”, ma i produttori si opposero. Quelli della Medusa dicevano: “Un film che si intitola Rambo? Ma non scherziamo, chi se lo va a vedere?”. Sappiamo tutti com’è andata a finire…

7
Il grande attacco

(1978)

Lenzi torna al genere bellico, che non bazzicava dai tempi de “La legione dei dannati” del 1969.
La storia si concentra sul destino di un gruppo di amici di diversa nazionalità che si deve confrontare con la seconda guerra mondiale. I protagonisti si conoscono nel 1936 durante le Olimpiadi di Berlino. La guerra li dividerà.
A far colpo è il cast pieno di nomi altisonanti: Helmut Berger, Henry Fonda, Giuliano Gemma, John Huston, Stacy Keach. Troviamo anche Edwige Fenech in una piccola parte, ma la sua presenza è del tutto fuori luogo. Il film è girato in estrema economia, ma si riscatta con la passione che Lenzi impiega nella messa in scena. Avevamo già accennato nel post precedente quanto il regista fosse appassionato di storia, e il genere bellico era a lui molto congeniale; basta vedere gli ottimi risultati di opere come “Attentato ai tre grandi” (1967) e “La legione dei dannati” (1969).

8
Contro 4 bandiere

(1979)

Ultimo dei quattro film bellici diretti dal regista, e purtroppo il meno apprezzato.
Sei amici di diversa nazionalità si incontrano il 24 agosto 1939 in un ristorante a lato della Senna. Si promettono di rivedersi esattamente un anno dopo, ma quello è il giorno del patto di non aggressione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, e la Germania sta per invadere la Polonia.
I tragici eventi metteranno a dura prova il loro legame e le loro promesse.
Umberto Lenzi dirige sotto lo pseudonimo di Hank Milestone, e ha a disposizione un cast internazionale in cui spiccano George Peppard, George Hamilton e il tedesco Horst Bucholz, il dottore nazista che farà a gara di indovinelli con Roberto Benigni ne “La vita è bella”.
È considerato il meno riuscito tra i film di guerra di Lenzi, ma si fa voler bene per quella malinconia che aleggia lungo tutta la durata della pellicola, che viene ben accentuata dalla bellissima colonna sonora di Riz Ortolani.
Da riscoprire.

9
Da Corleone a Brooklyn

(1979)

Ultima pellicola di Lenzi che rientra nel filone poliziottesco. Questa volta troviamo un’inedita coppia di protagonisti formata da Maurizio Merli e Mario Merola. Il primo nel ruolo del commissario di polizia Giorgio Berni, mentre il “Re della sceneggiata” è il boss Michele Barresi. Merli aveva già collaborato col regista in altri tre film: “Roma a mano armata”, “Napoli violenta” e “Il cinico, l’infame e il violento”. Umberto Lenzi lo definì “Il più moderno e il migliore dei miei film”, mentre la critica si spacca. C’è chi applaude il fatto di aver portato aria fresca al poliziesco italiano, e chi invece critica la scarsità di cura generale, a partire dal titolo del film nei titoli di testa che diventa “Corleone a Brooklyn”. Il titolista si è dimenticato di anteporre il “Da”. A convincere tutti è l’interpretazione di Mario Merola che qui si allontana dalla sceneggiata e regala la migliore prova attoriale della sua carriera. Purtroppo però il risultato finale non convince come alcuni illustri precedenti quali “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Roma a mano armata”.

10
Scusi, lei è normale?

(1979)

Finora abbiamo avuto modo di vedere che se c’è un regista che ha saputo fare di tutto nel cinema di genere, questi è proprio Umberto Lenzi. E così, dopo il peplum storico, il bellico, il thriller, il poliziesco e anche il western, eccoci arrivare alla commedia sexy. Il film, come confessò lo stesso regista, fu girato prettamente per motivi “alimentari”, e uscì sull’onda del successo de “Il vizietto” di Eduard Molinaro (1978). Questo film, ovviamente, non può essere minimamente paragonato al succitato titolo, ma si lascia guardare con piacere e strappa diverse risate. Il film ruota attorno alla bellezza di Anna Maria Rizzoli (nota soprattutto per le commedie sexy girate tra la fine degli anni ‘70 e ‘80), che qui interpreta una ballerina attrice di fotoromanzi porno e figlia di un importante uomo politico. Renzo Montagnani interpreta il pretore che conduce una campagna contro i film e i fumetti pornografici, ma si eccita mentre visiona i film porno sequestrati. Enzo Cerusico interpreta il travestito Nicole, innamorato di Ray Lovelock, che dopo aver visto le grazie della Rizzoli si convince che forse non è del tutto gay.
Insomma, non siamo davanti al miglior Lenzi, ma possiamo gustarci comunque questa incursione nella commedia sexy, che in quel periodo ha visto titoli ben peggiori.


Come avete visto gli anni ‘70 sono stati un decennio molto prolifico e qualitativamente alto per Umberto Lenzi. Anche tra questi dieci titoli che ho scelto, che non rientrano tra le opere più celebrate, troviamo comunque qualcosa che vale la pena riscoprire.

Gli anni ‘80 purtroppo non saranno prolifici come gli anni ‘60 e ‘70, e infatti Lenzi girerà “solo” 12 film, più 3 pensati per la televisione. I livelli raggiunti negli anni ‘70 non verranno replicati, ma vale comunque la pena di riscoprire anche ciò che è stato prodotto negli anni ‘80, decennio che ha visto nascere opere divenute di culto come “Mangiati vivi”, “Cannibal Ferox” e scult come “Pierino la peste alla riscossa!”.

Ne parleremo meglio nel prossimo articolo.