Oggi voglio parlare di un artista che ho amato molto in passato, specialmente quando ero un ragazzino ancora poco esperto di musica e mi stavo appassionando al Rock and roll.
Quando verso i sedici anni passavo le mie giornate alla Feltrinelli e nei negozi di dischi a Milano, ogni giorno era una scoperta, perché non essendoci ancora Spotify non potevo di certo scoprire la discografia di un cantante nell’arco di una sola giornata. Così un po’ alla volta andavo a spulciare tutti quei dischi e ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo. Ricordo che c’erano delle colonnine dove potevi passare il codice a barre dei cd e ascoltare trenta secondi di ogni canzone. E così decidevo quali album comprare. Alcuni album mi hanno cambiato la vita, altri si sono rivelati una perdita di tempo e denaro, cosa preziosa per uno studente con una paghetta non così corposa.

L’artista di cui voglio parlarvi oggi è Bryan Adams, cantautore canadese che ha ricoperto un ruolo importante durante la mia adolescenza grazie ad alcuni album memorabili come la raccolta di successi “So far so good” del 1993, “Reckless” e “Waking up the neighbours”.
Quando scrissi la serie di post “Dieci dischi in dieci giorni”, dedicai un undicesimo post speciale proprio a Bryan Adams e al suo best seller “So far so good”, una raccolta di successi che ogni appassionato di rock mainstream dovrebbe possedere.

Adams ha avuto il suo picco di popolarità tra la metà degli anni ‘80 e la prima metà degli anni ‘90, dopodiché, non so ancora il motivo, il successo è notevolmente calato specialmente negli Stati Uniti, dove i suoi album, da una ventina di anni a questa parte, non sono più riusciti a raggiungere la top ten, e talvolta faticano addirittura a rientrare tra i primi 100. Discorso diverso per il Regno Unito, e specialmente il Canada, suo paese d’origine, dove è quasi sempre riuscito a raggiungere il primo posto in classifica.
Voglio quindi proporvi la mia personale classifica degli album di Bryan Adams, prendendo in considerazione solo ed esclusivamente gli album di inediti.

12. 11 (2008)

Dopo anni passati a fare un puro e onesto Rock ‘n’ roll, dopo essersi dedicato alla colonna sonora del cartone animato “Spirit” (in Italia le canzoni sono state riadattate da Zucchero), e dopo aver pubblicato “Room Service”, un album vivace a convincente, Adams decide di proporsi sotto una veste più acustica rispetto al passato. L’intenzione iniziale era proprio quella di realizzare un album interamente acustico, ma durante i lavori le canzoni subirono delle variazioni, quindi troviamo all’interno un maggior numero di strumenti. Il tour che seguirà però sarà completamente acustico, con Bryan Adams accompagnato solo da chitarra e pianoforte. Un esperimento del genere risulta convincente se a farlo è qualcuno come Bruce Springsteen, che oltre ad offrire perfomance memorabili anche solo con una chitarra in mano, possiede delle canzoni che hanno qualcosa da dire. Se a farlo è Bryan Adams risulta soltanto un esperimento ma niente di più.
L’album non contiene canzoni memorabili e le melodie sono insipide e melense. Lo reputo peggiore dei primi due album, che erano ancora molto acerbi, perché quei due album perlomeno si fanno riascoltare con un certo piacere, complice soprattutto la nostalgia e la tenerezza che riescono a suscitare quelle canzoni. Per questo album invece non trovo scuse.

11. Bryan Adams (1980)

Primo album del cantante canadese, all’epoca passato completamente inosservato.
Le canzoni sono leggere e senza troppe pretese, ma al giorno d’oggi si fanno ascoltare con un certo piacere se si è nostalgici degli anni ‘80. Contiene almeno due canzoni molto divertenti e orecchiabili: “Wastin’ Time” che sembra scritta da un dodicenne, ma che ha un ritornello che rimane subito impresso, e “Remember”, probabilmente l’unica canzone dell’album che verrà ripresa in futuro nei concerti.

10. You Want it You Got it (1981)

Secondo album di Bryan Adams, inizialmente doveva intitolarsi “Bryan Adams Hasn’t Heard of You Either” traducibile come “Nemmeno Bryan Adams ha sentito parlare di voi”, riferito allo scarso successo del primo album. I produttori infine decisero di non prendere la strada dell’auto ironia, e optarono per un titolo un po’ più tradizionale.
Lo stile delle canzoni non si discosta molto dal primo album, ma la produzione di Bob Clearmountain porta un certo miglioramento. L’album non fu un successo ma contiene “Lonely Nights” che ebbe un certo riscontro grazie al quale il nome di Adams iniziò a farsi strada.

09. Get Up (2015)

Questo album arriva a ben 7 anni di distanza dall’ultimo album di inediti “11” e a un anno da “Tracks of My Years” in cui Adams rivisitava alcuni celebri brani che hanno accompagnato la sua infanzia. Dopo così tanto tempo era lecito aspettarsi un album se non memorabile perlomeno dignitoso. Invece “Get Up” è un album molto breve (9 canzoni) che scorrono via senza lasciare il segno. Certo fa piacere il ritorno ad atmosfere rock dopo la parentesi semi acustica di “11”, ma questo lavoro risulta essere solo un riempitivo destinato ad essere dimenticato. La canzone che apre l’album “You belong to me” ha un riff identico a “Rock around the clock”, e questa sembra voler essere una dichiarazione di intenti, come a sottolineare il fatto che qui non troveremo niente di nuovo ma solo un omaggio al Rock ‘n’ roll. C’è da dire però che alcune canzoni, specialmente “Go Down Rockin’” si fanno ascoltare con immenso piacere, sebbene siano simili a mille altre canzoni.

08. Shine a Light (2019)

Ad oggi è l’ultima fatica in studio di Adams, e non si discosta molto dal precedente “Get Up” in quanto a sonorità. L’album è orecchiabile e ottimamente suonato, e le collaborazioni con Jennifer Lopez (“That’s How Strong Our Love Is”) e Ed Sheeran, che figura come autore nella title track, sono efficaci. Gli omaggi e le citazioni si sprecano, a partire dalla title track che ha lo stesso titolo del celebre capolavoro dei Rolling Stones contenuto nell’album “Exile on Main Street” del 1972. Ebbe un buon successo nel Regno Unito, dove raggiunse la seconda posizione, e in Canada dove invece arrivò al primo posto. Come il suo predecessore, però, è destinato a non essere ricordato e rappresenta solo un pretesto per andare in tour.

07. On a Day Like Today (1998)

Verso la seconda metà degli anni ‘90 la popolarità di Bryan Adams comincia a scemare, specialmente negli Stati Uniti dove l’album non ottiene alcuna certificazione. È la prima volta dai tempi di “Cuts Like a Knife” del 1983. In Europa l’album se la cava meglio grazie soprattutto al singolo “When You’re Gone” cantato insieme alla ex Spice Girl Mel C.
Altri singoli degni di nota sono “On a Day Like Today” e “Cloud Number Nine”, quest’ultima ebbe successo grazie alla versione remixata di Chicane, che ha dato al brano un suono dance.
Un album piacevole ma non grintoso e convincente come i precedenti.

06. Room Service (2004)

Giunto a ben 6 anni da “On a Day Like Today”, qui Adams torna a un rock più grintoso e meno pop, ma senza troppe pretese. A stupire è la seconda traccia “This Side of Paradise”, grazie al testo insolitamente poco melenso. Non mancano le ballate d’amore, su tutte “Flying” che vorrebbe candidarsi a essere la “Everything I Do (I Do it For You)” del nuovo millennio.
L’album è un buon successo in Europa e in Canada ma viene completamente trascurato in America.
Le vendite complessive si aggirano intorno ai 3 milioni.

05. 18 til I Die (1996)

Cinque anni prima Adams pubblicava il suo best seller “Waking Up the Neighbours”, e questo album ne è la copia carbone, che però non riesce a replicare il successo del precedente.
Le vendite sono comunque alte, stiamo parlando di 5 milioni di copie, che però risultano deludenti se confrontate con le 16 milioni di copie dell’album uscito 5 anni prima.
In America è stato comunque certificato disco di platino nonostante non si sia spinto oltre la 31esima posizione, mentre ha raggiunto la top ten in diversi paesi europei.
Come il precedente risulta molto godibile, grazie a canzoni leggere e orecchiabili, però sembra evidente il tentativo di voler replicare il successo di “Everything I do”, e infatti le ballate melense qui dentro si sprecano: “Let’s make a night to remember”, “Star”, “I think about you”,”I’ll always be right there” e “You’re still beautiful to me”. Nessuna ovviamente riuscirà a replicare il successo della celebre hit che fece da colonna sonora a “Robin Hood – Principe dei ladri”.
L’album si chiude con “Have you ever really loved a woman?” canzone scritta l’anno prima per il film “Don Juan De Marco maestro d’amore”.

04. Cuts Like a Knife (1983)

L’album con cui Adams ottenne la consacrazione in America e in Canada, ma non ancora in Europa. A mio avviso si tratta di un piccolo gioiello, e le tre canzoni che hanno portato l’album al successo sono tra le più belle e genuine della sua carriera. Parliamo di “This Time”, “Cuts like a knife”, e la stupenda ballata per voce e piano “Straight from the heart”, una canzone d’amore praticamente perfetta resa ancora più coinvolgente dalla voce di Adams.
Il resto dell’album è ancora un po’ acerbo ma contiene dei momenti interessanti grazie a canzoni che si fanno amare per la loro semplicità e innocenza. Tra queste la bellissima ballata che chiude l’album “The best was yet to come” e “I’m ready”, sorretta da dei chitarroni aggressivi. Quest’ultima verrà riproposta in futuro in una versione più melodica, e Zucchero scriverà un testo in italiano che verrà cantato dallo stesso Adams nel 2001.

03. Waking Up the Neighbours (1991)

Sesto album del cantante canadese, e indubbiamente il più grande successo con 16 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Le 15 canzoni in scaletta sono tutte un inno al disimpegno, ma regalano 74 minuti di puro e onesto rock ‘n’ roll, anche se da questo momento in poi Adams si dedicherà molto di più alle ballate d’amore. Molti i singoli di successo: “Can’t stop this thing we started”, “There will never be another tonight”, “Thought I’d died and gone to heaven”, “All I want is you”, “Do I have to say the words”, “Touch the hand”, e la celebre “Everything I Do (I do it for you)”, canzone che fece innamorare un sacco di ragazzini.
Nonostante la lunghezza, è un album che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine, senza un momento di stanca e senza riempitivi inutili.

02. Reckless (1984)

L’album che segnò la consacrazione definitiva di Bryan Adams. Grazie soprattutto al singolo “Heaven”, il quarto lavoro in studio del cantante raggiunse la prima posizione negli Stati Uniti e in Canada e vendette 12 milioni di copie in tutto il mondo.
Per fortuna il singolo “Heaven” non rimane un caso isolato, e infatti l’album contiene almeno altre 5 canzoni divenute delle hit, come “It’s only love”, cantata insieme a Tina Turner, “Run to you”, “Somebody”, “One night love affair” e la grandiosa “Summer of ‘69”.
Le 4 canzoni destinate a non diventare singoli, sono comunque delle ottime canzoni che rendono grande questo album, basti pensare alla bellissima e scatenata “Kids wanna rock”.
Nel 2014 viene pubblicata una nuova versione in occasione del trentennale, con l’aggiunta di brani inediti scritti all’epoca e successivamente scartati.

01. Into the Fire (1987)

So di andare controcorrente, ma secondo me il migliore album di Bryan Adams è “Into the Fire”, il successore di “Reckless”.
Trovo sia il lavoro migliore perché è un’occasione unica per sentire delle ottime musiche accompagnate da testi altrettanto validi. Gli album di Adams non si sono mai distinti per la profondità delle liriche, qui invece troviamo testi più impegnati del solito. Questo rimane purtroppo un caso isolato poiché l’album vendette molto meno del precedente, quindi in futuro si decise di tornare su territori più sicuri.
Fu comunque un buon successo perché vendette 4 milioni di copie, ma non riuscì a ripetere il successo di “Reckless” e tra i sei singoli estratti solo “Heat of the night” ebbe successo.
Qui trovano spazio canzoni puramente rock come “Into the fire”, “Only the strong survive” e “Hearts on fire”, e momenti più intimi e delicati come “Native Son”, “Remembrance day” e “Home again”. A mio avviso, un album memorabile.