tom petty

Pubblico finalmente con enorme ritardo il quarto e ultimo post dedicato ai cantautori famosi che non hanno mai trovato particolare fortuna in Italia.
Oggi tocca a Tom Petty, scomparso nell’ottobre del 2017 a soli 66 anni.

Nonostante i suoi album in Italia non siano mai apparsi ai piani alti delle classifiche, in America era considerato uno dei massimi esponenti dell’Heartland Rock, e lungo la sua carriera ha venduto 80 milioni di dischi.
Se ascoltate emittenti radiofoniche dedicate al Rock, di sicuro vi sarà capitato di sentire brani come “Runnin’ Down a Dream”, “Free Fallin’” e “Into the Great Wide Open”.
le tre canzoni maggiormente conosciute in Italia, anche se i veri appassionati di Rock americano sanno bene chi è Tom Petty; egli è infatti riuscito a costruirsi una nicchia di appassionati considerevole, che non hanno tardato a riempire la piazza del Lucca Summer Festival 2012 per l’unica data italiana del cantante in tutta la sua carriera.

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Tom Petty al Lucca Summer Festival 2012

Uno dei punti forti di Tom Petty è stata senz’altro la band di supporto, gli Heartbreakers, che in America era paragonabile solo alla E Street Band di Bruce Springsteen. Gli Heartbreakers hanno accompagnato ininterrottamente il cantante dall’esordio avvenuto nel 1976 con l’album “Tom Petty & The Heartbreakers” fino al 1989, anno in cui Petty pubblica il lavoro solista “Full Moon Fever”, da lì fino al 2014 Petty inciderà altri due album solisti e sette con la Band.

L’esplosione in America avviene nel 1979 con l’album “Damn the Torpedoes”, che si spinge fino alla posizione numero due della Billboard Chart, stazionandovi per ben sette settimane dietro a un colosso della musica come “The Wall” dei Pink Floyd. L’album contiene i singoli di successo “Don’t Do Me Like That”, “Refugee”, e “Here Comes My Girl”.

Il successo prosegue nel 1981 con “Hard Promises” che si installa senza difficoltà nella Top Ten e al quale seguirà una tournée trionfale. L’anno successivo viene pubblicato “Long After Dark”, album più levigato che si inserisce nella tradizione del Rock da FM a stelle e strisce.

Segue una pausa più lunga del solito al termine della quale viene pubblicato nel 1985 “Southern Accents” la cui peculiarità sono gli episodi sperimentali alternati a brani tradizionali.
Nel 1987 esce “Let Me Up (I’ve Had Enough)“, album tra i meno rappresentativi nella carriera di Petty, tanto da essere l’unico a non essere rappresentato da nessun brano nel Greatest Hits del 1993.

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Tom Petty insieme alla sua storica band gli Heartbreakers

Nel 1989 Petty pubblica senza gli Heartbreakers “Full Moon Fever”, uno dei suoi album più belli contenente i singoli di successo “Free Fallin’”, “I Won’t Back Down” e “Runnin’ Down a Dream”.
L’album avrà un buon successo raggiungendo il terzo posto in America e in Canada.
Nel 1991 ritrova gli Heartbreakers e insieme pubblicano “Into the Great Wide Open”, altro bellissimo album che, oltre alla title track, contiene “Learning to Fly”. La Band accompagnerà il cantante in quasi tutti i successivi album: “Echo” (‘99), “The Last DJ” (‘02), “Mojo” (‘10) e l’ultimo “Hypnotic Eye” del 2014.
In questi anni Petty da solista pubblica “Wildflowers” del 1994, e “Highway Companion” del 2006.

Parallelamente all’attività solista e con la band, Petty partecipa a diversi progetti: il più importante è sicuramente il supergruppo di nome Traveling Wilburys, nel quale figurano nomi altisonanti come Bob Dylan, George Harrison e Roy Orbison. L’alchimia e gli ottimi risultati che si creano li spinge a registrare un album intitolato semplicemente “Traveling Wilburys Vol.1”, pubblicato nel 1988.
Poche settimane dopo la pubblicazione viene a mancare Roy Orbison, ma il gruppo pubblica comunque un nuovo album nel 1990, intitolato ironicamente “Traveling Wilburys Vol.3”. Il Volume 2 non è stato mai pubblicato e circola solo in versione bootleg.
Nel 2008 Petty rispolvera la sua prima Band, i Mudcrutch, e pubblica un album intitolato semplicemente “Mudcrutch”, a cui seguirà nel 2016 un nuovo lavoro dal titolo “2”.

Tom Petty è stato uno degli artisti più coerenti della storia del Rock, poiché (a detta degli stessi fan e dagli addetti ai lavori) i suoi album si sono mantenuti sempre su livelli alti, senza mai scivolare in inutili riempitivi o pallide imitazioni di altri lavori. A testimoniarlo è l’ultimo lavoro in studio “Hypnotic Eye” che nonostante sembri uscito dagli anni ‘70 suona fresco e genuino.
Egli ha incarnato l’archetipo dell’ultimo eroe del Rock americano, con “un piede nella fossa e l’altro sul pedale”, come cantava in “Rebels” nel 1985.
Insomma, nel vasto panorama del rock a stelle e strisce, Petty è stato un piccolo miracolo.

Vediamo ora quali sono i tre album imperdibili.

DAMN THE TORPEDOES (1979)

damn the torpedoes

Alcuni album nascono per diventare dei classici, e “Damn the Torpedoes” è uno di questi.
Il titolo pare sia una citazione dell’ammiraglio statunitense della Guerra di Secessione David Farragut: “Damn the torpedoes, full speed ahead”, (“Al diavolo i siluri, avanti tutta”).
Ci furono dei problemi legali alla base di questo disco, dovuti alla casa discografica, ma alla fine, grazie anche al produttore Jimmy Iovine, l’album conferì a Tom Petty quella consacrazione tanto agognata. L’ottimo lavoro di produzione si avverte poiché tutti gli strumenti assumono grande importanza, donando ampiezza e profondità al suono. E poi ci sono le canzoni: in tutto l’album non c’è un momento di stanca, e tutti i brani scorrono facilmente senza mai annoiare.
Su tutti brillano per la loro freschezza il singolo “Don’t Do Me Like That”, la bellissima “Here Comes My Girl” che sembra un miscuglio tra Dylan, Springsteen e Seger, “Even the Losers”, tra le vette del disco, e la opener “Refugee”.
Chiude l’album la bellissima “Louisiana Rain”, sorprendente nella sua classicità.
In questi brani troviamo ampie dosi di Byrds (per gli arpeggi di chitarra), qualche tocco di Southern Rock e richiami a Bob Dylan.
Nel 2010 è stata pubblicata una ristampa, in occasione dei 30 anni, con l’aggiunta di inediti e rarità.
Un album da avere.

FULL MOON FEVER (1989)

full moon fever

Primo album di Tom Petty senza gli inseparabili Heartbreakers, e il risultato supera ogni più rosea aspettativa. Nonostante l’assenza della Band, il buon vecchio Tom ci regala uno dei suoi lavori migliori, dove i brani funzionano talmente bene che (è brutto dirlo) l’assenza della band pesa meno.
Ad aprire l’album è una della ballate più belle e famose di Petty (famosa perfino in Italia), “Free Fallin’”. A seguire troviamo un’altra hit: “I Wont Back Down” che grazie al ritornello irresistibile entra facilmente in testa. La canzone è stata ripresa dal grande Johnny Cash in versione completamente sviscerata da ogni arpeggio. Anche la tiratissima “Runnin’ Down a Dream” ha avuto una certa risonanza in Italia, dove tutt’ora viene riproposta da certe emittenti radiofoniche.
A chiudere l’album la frizzante “Zombie Zoo”, che vede la partecipazione di Roy Orbison ai cori.
Tra i tre lavori solisti di Petty è sicuramente il migliore, ed è un album che tutti gli appassionati di rock americano dovrebbero avere.

INTO THE GREAT WIDE OPEN (1991)

into the great

Tom Petty torna con gli Heartbreakers quattro anni dopo il deludente “Let Me Up (I’ve Had Enough)“, e insieme sfornano un altro capolavoro. Le canzoni di questo bellissimo album sembrano provenire da un universo parallelo, e le atmosfere talvolta rilassate e talvolta gioiose tengono fede alla bellissima copertina che grazie a quel paesaggio colorato trasmette un senso di serenità, quasi come trovarsi dentro una fiaba.
L’album parte alla grande con gli arpeggi di chitarra di “Learning to Fly”. Petty si dimostra sempre in grado di trovare soluzioni armoniche di una efficacia senza eguali. Tra i vertici del disco impossibile non citare la title track che occupa la terza posizione nella tracklist. La canzone è stata coverizzata da Cristiano De André nel 1992.
L’album prosegue con chitarre e tastiere a fare da padroni, mentre le liriche del buon vecchio Tom sono sempre ispirate e mai banali.
Considerato uno dei lavori migliori del cantante, ebbe il merito di sfornare un singolo da numero 1 in classifica (“Learning to Fly”) cosa che non accadeva dai tempi di “The Waiting” del 1981, mentre l’album dovette accontentarsi della 13esima posizione, seppur arriverà a vendere due milioni di copie. Nel Regno Unito si spinse fino alla terza posizione.

Con questo post si conclude la serie dedicata a quattro cantautori che purtroppo nel nostro paese non vengono idolatrati a dovere.
Quindi vi consiglio vivamente di dedicare qualche ora della vostra giornata a rispolverare i capolavori di questi bravissimi artisti.

Alla prossima…