chocabeck

…segue da “Fly“.

Dopo l’uscita di “Fly” passeranno ben quattro anni per un nuovo album di inediti, ma nel frattempo Zucchero non rimane fermo. Nel 2007 pubblica la raccolta “All the best”, doppio cd contenente il meglio della sua discografia e alcuni inediti. Impossibile raggiungere il successo del Greatest Hits del 1996 (cinque milioni di copie nel mondo) ma la raccolta è sicuramente più ampia e, sotto certi aspetti, più soddisfacente. Esce nel periodo natalizio, momento dell’anno denso di uscite discografiche, e anche per questo non esordisce al primo posto. Qualche settimana più tardi però “All the best” si aggiudica il podio grazie anche ai fortunati singoli “A wonderful life” e “Tutti i colori della mia vita”. Se c’è un difetto che possiamo trovare in questa raccolta è che alcune canzoni sono accorciate, per ragioni di spazio. Se non fosse stato per questo spiacevole inconveniente, la raccolta sarebbe stata perfetta. Nel 2008 esce “Live in Italy” testimonianza live dei fortunati concerti che Zucchero ha tenuto in quel periodo. Anche qui troviamo qualche inedito: “Una carezza”, “Oro e blues” e “Sympathy”.

Nel novembre del 2010 esce finalmente il nuovo album di inediti dal titolo “Chocabeck”.

Si tratta dell’album più autobiografico di Zucchero, ed è da considerarsi come un concept album che ha per protagonista la vita nella pianura padana, che nasce all’alba di una domenica mattina e si conclude al tramonto.

Per me “Chocabeck” è la coronazione di un sogno che avevo da tempo; un disco composto quasi esclusivamente da ballate. Il termine Chocabeck è un’espressione dialettale che si riferisce al rumore del becco di animali, come la gallina e il tacchino, che picchiano a vuoto in cerca di cibo.

In questa semplice rappresentazione viene espressa l’infanzia povera e contadina di Zucchero, che in quasi tutte le canzoni rievoca episodi legati all’infanzia, ricorrendo talvolta a espressioni dialettali o modi di dire tipicamente paesani, e che difficilmente possono essere colti se non si conosce a fondo il protagonista.

La prima traccia è la stupenda “Un soffio caldo”, che vanta un testo scritto da Francesco Guccini. Inutile dire che si tratta di un inizio col botto, perché la musica e l’interpretazione sempre ispirata di Zucchero si sposano perfettamente con le liriche di Guccini, sempre di grandissimo livello.
Un brano insolito nella produzione di Zucchero, lungo cinque minuti e senza un vero e proprio ritornello, ma che rientra di diritto tra i capolavori del cantante.

La seconda traccia “Il suono della domenica” rappresenta il manifesto dell’album. Il titolo della canzone è stato usato anche per l’autobiografia del cantante uscita tre anni più tardi. Una dedica al paese e la sua gente accompagnata da una melodia minimale ma emozionante. Il testo della versione inglese, intitolata “Someone’s else tears” è stato scritto da Bono.

Il terzo brano “Soldati nella mia città” rievoca quelle atmosfera che hanno fatto la fortuna della canzone “Diamante”, capolavoro contenuto in “Oro, incenso e birra”. Tornano le immagini legate ai soldati, la neve e le suore. Sembra quasi che Zucchero volesse scrivere un testo in stile De Gregori, senza raggiungerne la potenza, ma riuscendo comunque a scrivere un brano intenso e poetico.

È un peccato morir” è il primo singolo estratto dall’album, ed è a mio avviso una delle canzoni più belle ed emozionanti degli ultimi vent’anni. La musica è in puro stile Zucchero, arricchita dalla produzione di Brendan O’Brien (Bruce Springsteen, Pearl Jam), uno che con gli arrangiamenti sontuosi ci sa fare. E poi il testo scritto insieme al poeta Pasquale Panella è pieno di giochi di parole e immagini bellissime che rendono questa canzone un vero e proprio capolavoro. Nel testo Zucchero rievoca la sua infanzia attraverso modi di dire che si usavano nel paese in cui è nato, come la frase che da’ il titolo alla canzone, che era un modo di dire che si utilizzava per concludere una frase, come ad esempio “Ho mangiato una mortadella che l’è un pecà morir”. Poi c’è l’immagine del maiale che per Zucchero, essendo cresciuto in campagna, è un animale importantissimo, tanto da immaginarsi reincarnato proprio in un maiale: “Come sarà l’altra vita da suino.”
Insomma, un vero gioiello di canzone.

Vedo nero” è la canzone più fortunata dell’album. Un singolo che andò molto forte in radio nell’estate del 2011. Il brano è vivace e irresistibile, e rappresenta un momento scacciapensieri all’interno dell’album; ma c’è da dire che è un po’ triste sapere che in un album pieno di canzoni di spessore, quella che ha avuto più successo sia stata proprio questa.

Oltre le rive” è un’altra ballata mozzafiato da ascoltare ad occhi chiusi, per immaginare meglio la campagna notturna accarezzata dalle rive del Po. Il testo è scritto insieme a Pacifico, e contiene dei versi notevoli e suggestivi (“Ho vagato senza scopo e destino, fino alla fine dell’arcobaleno, nelle notti bagnate dal vino, finché ho sentito la mia voce da bambino”)

Un uovo sodo” è, insieme a “Vedo nero”, la seconda delle uniche due tracce movimentate dell’album. Una musica allegra e scanzonata accompagna un testo che parla di solitudine e abbandono (“Non c’è più un posto per me, se non c’è un posto in fondo al tuo cuore, sono appeso a un filo per te, steso fuori che asciugo il dolore, dammi sole”).
Qui l’uovo diventa sinonimo di goffaggine. Cosa c’è di più goffo e buffo di un uovo?, ha spiegato Zucchero in un’intervista.

Chocabeck” è la canzone che da’ il titolo all’album. Anche qui tornano i riferimenti all’infanzia come il “calcinculo” che era la giostra tipica del paese (“L’amore fu, un calcinculo e tante stelle lassù”). Il testo è scritto insieme a Pasquale Panella, e anche qui si notano i suoi giochi di parole (“L’amore che non so chi sei, che sette otto nove dieci sarai”).
I cori della canzone sono stati affidati niente di meno che a Brian Wilson, fondatore dei Beach Boys,

Si prosegue con “Alla fine” brano che, nonostante il tema trattato, non commuove più di tanto. Si tratta di una dedica a un amico scomparso. L’interpretazione di Zucchero, ad ogni modo, è intensa e merita comunque l’ascolto.

Spicinfrin boy” è la ballata più delicata dell’album. “Spicinfrin” è un termine che usava sempre la nonna di Zucchero per indicare un bambino carino ma piuttosto selvatico, come appunto era il cantante da piccolo. La voce di Zucchero è più delicata che mai, quasi volesse approcciarsi a questi ricordi col massimo rispetto e delicatezza. Il testo è una piccola poesia (“E pasciuto di sciupio, sono già più vicino a Dio”). Uno dei (tanti) momenti alti del disco.

Chiude l’album una sorta di preghiera laica cantata in inglese: “God bless the child”, risalente alle sessioni di “Miserere” e completata grazie all’aiuto di Roland Orzabal, voce e chitarra dei Tears for Fears. Il brano è tutto cantato in inglese e l’interpretazione vocale di Zucchero è da brividi. Un modo più che adeguato per concludere un album intenso e di spessore quale è “Chocabeck”.

Nonostante sia un album tutt’altro che commerciale, “Chocabeck” esordisce al primo posto della classifica italiana (posizione che manterrà per due settimane) e risulterà essere il sesto album più venduto in Italia nel 2010 e il decimo nel 2011. A fine corsa venderà 300.000 copie.

Chocabeck” è tra gli album di Zucchero che preferisco in assoluto. Molto probabilmente occupa il secondo posto dietro soltanto a “Spirito DiVino”. È un album che ogni volta riesce ad emozionarmi, pieno di canzoni emozionanti e senza un momento di stanca. Un bel passo avanti rispetto al precedente “Fly” che invece è tra i dischi che apprezzo di meno.

Due anni più tardi troveremo Zucchero in un’insolita cornice cubana… ma di questo ne parleremo la prossima volta…