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Nel 1999, quando uscì “Il mistero di Sleepy Hollow”, Tim Burton era il mio regista preferito.
Allora la sua filmografia era ancora relativamente breve; comprendeva otto titoli e gran parte di questi film contribuirono a forgiare la mia passione per il cinema.
In primis opere indimenticabili come “Beetlejuice”, “Batman” e “Batman Returns”, “Edward mani di forbice”, il sottovalutato “Mars Attacks” e il capolavoro assoluto “Tim Burton’s Nightmare Before Christmas“, che vede il regista nelle vesti di produttore (alla regia troviamo Henry Selick), ma è chiara a ogni inquadratura l’enorme influenza di Burton. Mentre il primo lungometraggio “Pee Wee’s Big Adventure” proprio non mi era piaciuto. Qualche anno dopo avrei aggiunto il bellissimo “Ed Wood” che ancora non avevo visto.

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Michael Keaton è “Beetlejuice”, uno dei primi capolavori di Tim Burton.

In quel periodo, quindi, Tim Burton era ancora nel pieno del suo fulgore. Già due anni più tardi le cose avrebbero preso una brutta piega. Nel 2001 il remake de “Il pianeta delle scimmie” lo trovai alquanto brutto, e ricordo che uscii dalla sala con la sensazione che fosse crollato un mito.

Da quel momento la carriera di Tim Burton si sarebbe divisa tra ultimi picchi del genio che è stato, e delusioni totali. Nella prima categoria rientrano lo stupendo “Big fish” e “La sposa cadavere”, mentre la seconda purtroppo risulta più corposa grazie a titoli deludenti come “La fabbrica di cioccolato”, “Sweeney Todd”, il pessimo “Alice in wonderland” e il trascurabile “Miss Peregrine”, mentre in zona neutra mi sento di inserire “Dark Shadows” e il piacevole “Big Eyes”.

Detto questo, le mie aspettative verso questo nuovo live action Disney erano altissime, ma anche la paura di uscirne deluso era alta. Grazie alle atmosfere circensi, speravo di ritrovare il Burton di “Big Fish” che trovo essere il suo ultimo grande capolavoro, e poi speravo anche di commuovermi.

Cosa mi ha lasciato questo film?

La sensazione più piacevole che ho provato è quella di aver finalmente visto un film di Tim Burton come non mi succedeva dai tempi di “Big Fish”.
Anche se la pellicola non è tutta rose e fiori, nonostante il potenziale altissimo.
A differenza del cartone animato del ’41 troviamo molto materiale in più, ed è normale poiché il quarto lungometraggio Disney durava solo 64 minuti. Si è deciso, quindi, di arricchire il reparto umano a discapito di quello animale, evitando così l’ormai abituale effetto “copia incolla” che ha colpito gli altri live action Disney, come “La bella e la bestia”.

Gli aspetti positivi non sono pochi: gli attori protagonisti sono convincenti, su tutti Danny DeVito, nel ruolo del padrone del circo Max Medici. È piacevole ritrovare l’attore 74enne in un ruolo importante, mentre Colin Farrell regala sfumature malinconiche al suo Holt Farrier, soldato padre di due bambini, tornato dal fronte senza un braccio e rimasto vedovo. Anche Michael Keaton è convincente nel ruolo del sinistro V.A. Vandevere, imprenditore che vuole sfruttare il potenziale di Dumbo per il suo parco giochi “Dreamland” che però nasconde oscuri segreti. La cosa che più mi ha fatto effetto è ritrovare insieme sul grande schermo DeVito e Keaton 27 anni dopo “Batman Returns” , (sempre di Burton).
Una scena verso il finale, in cui Keaton impazzisce sulla torre di controllo, mi ha ricordato il Max Schreck interpretato da Christopher Walken sempre in “Batman Returns”.

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Michael Keaton e Danny DeVito che nel ’92 furono, rispettivamente, Batman e il Pinguino.

Le scene ambientate a Dreamland permettono a Burton di rispolverare alcuni aspetti del suo cinema, specialmente il lato gotico, anche se non è così esplicito come nei vecchi film. E qui si intuisce il compromesso a cui probabilmente è dovuto scendere il regista sotto pressione della Major che ne ha limitato la libertà creativa. Ma è normale per un film del genere.

La delusione più grande è che non mi sono commosso. La famosa scena dell’elefantino che cerca di riabbracciare la madre rinchiusa in gabbia non è straziante come l’originale, che farebbe piangere anche un cuore di pietra, e sembra una scena messa lì solo perché era presente anche nel cartone animato. Avviene troppo presto ed è troppo breve. Anche la sequenza degli elefanti rosa, qui sottoforma di bolle di sapone, è girata benissimo, ma sembra fine a se stessa, priva di un filo logico, e non è funzionale alla storia.

Anche i personaggi che popolano il circo di Max Medici, non lasciano il segno, ed è un peccato perché qui Burton avrebbe potuto giocarsi meglio questa carta, dato il suo amore per i “Freaks”. Sarebbe stata l’occasione per inserire qua e là personaggi un po’ più bizzarri e insoliti, e invece niente.

E infine Dumbo: L’elefantino è realizzato in maniera impeccabile, e quei suoi grandi occhioni azzurri sembra che parlino. Non tutte le sue espressione sono tuttavia convincenti, ma in linea di massima possiamo dire che la resa in CGI funziona, e l’animale ruba la scena a tutti ad ogni volo, ogni caduta e ogni starnuto.

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Riuscite a non affezzionarvi a questi due occhioni?

Quello che mi ha lasciato “Dumbo” è un senso di piacere velato da una sottile vena di malinconia per via della consapevolezza che il Burton dei tempi migliori, ormai, si trova solo a sprazzi; e vista l’età e il passare del tempo, mi rendo conto di essere arrivato al punto che questo poco mi lascia comunque soddisfatto.

A conti fatti, però, “Dumbo” è un’operazione riuscita, che intrattiene ed emoziona, anche se alcuni aspetti potevano essere sfruttati meglio.
Ad ogni modo, se riuscirete a guardare questo film con gli occhi di un bambino, sarà difficile non emozionarsi. E se siete bambini un po’ cresciuti, e siete fan del grande Tim Burton, potreste seriamente innamorarvene.

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Dumbo e la bellissima Eva Green