…segue da “Ligabue – Lambrusco rose coltelli & pop corn“.

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C’è stato un periodo in cui “Sopravvissuti e sopravviventi” era il mio album preferito di Ligabue, e tuttora provo un affetto particolare per questa terza prova in studio del cantante.

Su Wikipedia e sui vari siti dedicati al Liga trovate tutto quello che c’è da sapere sulle vicende travagliate legate a questo album, quindi è inutile che io ve le ripeta, però è bene ricordare che questa terza opera doveva essere quella della conferma definitiva per il rocker di Coreggio, quindi le pressioni e le aspettative erano altissime.

Un po’ come accadde a Bruce Springsteen che dopo due album acclamati dalla critica ma deludenti a livello di vendita, con il terzo album si giocava la carriera, e con Born to run avvenne il miracolo. A differenza del Boss, i primi due album del Liga avevano venduto abbastanza bene, ma non era ancora avvenuta l’esplosione, cosa che sarebbe dovuta succedere con questo terzo album.

Eppure in “Sopravvissuti e sopravviventi” troviamo delle canzoni bellissime a livello musicale e liricamente ispirate.

Ma allora… cos’è andato storto?

Forse la scelta dei singoli. La prima canzone scelta per promuovere l’album fu “Ancora in piedi” che, nonostante sia un’ottima canzone, non era adatta al grande pubblico. A livello musicale è molto più cupa con virate verso l’hard rock, e il pubblico che aveva imparato ad amarlo grazie a canzoni come “Balliamo sul mondo” e “Urlando contro il cielo” rimase un po’ spiazzato.
Oggi molti di noi pagherebbero oro per sentire in radio una canzone così, ma all’epoca non si rivelò una scelta felice.

Andò molto meglio grazie al secondo singolo “Ho messo via”, una delle ballate più amate dal pubblico di ogni ora. A questa canzone probabilmente va il merito di aver salvato l’album da un quasi certo fallimento. Una ballata un po’ diversa dalle precedenti, più malinconica e priva di un vero e proprio ritornello, ma questo non le ha impedito di guadagnarsi il favore delle radio e soprattutto del pubblico.

Il terzo singolo invece fu una scelta fallimentare in pieno: “Lo zoo è qui” è una canzone che col tempo ha guadagnato il favore di un certo tipo di pubblico, ma nel ’93 era praticamente impossibile fare presa sul pubblico con una canzone così. Finora non si era mai sentito un Ligabue così Hard rock e (purtroppo) non lo sentiremo mai più, e nonostante questa canzone non sia niente male, il pubblicò sembrò ignorarla.

La colpa di questo album è di contenere canzoni bellissime ma poco radiofoniche, e quelle poche che avrebbero potuto avere più presa sul pubblico non sono state sfruttate.

Ad esempio la seconda traccia dell’album “A.A.A. qualcuno cercasi” a parer mio avrebbe funzionato molto bene nelle radio. Lo stile si avvicina a quello del primo album, il ritmo è allegro e il ritornello è di rapida presa, eppure questa canzone non ha avuto la diffusione meritata.

Anche “I duri hanno due cuori” aveva del potenziale. Amatissima dai fan della prima ora, anch’essa non fu sfruttata. La colpa, forse, è di somigliare troppo a “Bambolina e barracuda” contenuta nel primo album, musicalmente molto simile: strofa parlata e ritornello cantato.
Anche se non ha avuto alcun passaggio radiofonico, questa canzone è entrata nel cuore di molti fan.

A conti fatti, in questo album, non troviamo altri potenziali singoli; però abbiamo tra le mani dei veri e propri gioielli, non alla mercè di tutti ma solo di chi ha voglia di mettersi seduto e ascoltare un album con calma.

Mi riferisco in particolare a capolavori come “Piccola città eterna”, “Walter il mago” e “Quando tocca a te”. Queste canzoni, secondo me, toccano vertici mai più raggiunti da Ligabue. Le prime due in particolare per via dei testi che sembrano piccole sceneggiature che raccontano di vicende e personaggi di provincia. Questa abilità di Ligabue di tratteggiare personaggi e situazioni andrà via via scemando già dall’album successivo, anche se questo non vuol dire che la qualità letteraria subirà un calo.

La prima canzone racconta di personaggi bizzarri che vivono in città. Ogni strofa è dedicata a individui singolari come “Ramengo, Colera e Regina”. È una delle canzoni che più amo in assoluto del Liga.
La seconda invece è una ballata malinconica che descrive le vicende di un vecchio mago che, avendo perso le abilità di un tempo, trova comunque il suo pubblico affezionato nei suoi amici del Bar Mario che si fingono stupiti per non deluderlo.
La terza non ha alcun intento narrativo, ma è una bellissima ballata che chiude in maniera eccellente questo album.

Le altre tre canzoni che rimangono sono anch’esse sconosciute al grande pubblico.
Dove fermano i treni” è musicalmente dalle parti di “Lo zoo è qui”. Un hard rock molto tirato, stile che Ligabue ha concentrato quasi esclusivamente in questo album e che, confesso, avrei preferito sentirlo anche in altre occasioni.

La ballerina del carillon” è invece l’unica canzone dell’album alla quale non sono mai riuscito ad affezionarmi. La trovo totalmente trascurabile, sia musicalmente che liricamente. Un riempitivo, insomma.

Anche “Pane al pane” è da considerarsi un riempitivo, per via del fatto che non lascia alcun segno, anche se il suo ascolto scorre via tutto sommato piacevolmente.
Un rock meno scatenato, ma comunque tirato.

L’album contiene anche due tracce strumentali: “Prezoo” piazzata prima di “Lo zoo è qui” e “Sopravvissuti e sopravviventi: tema” che chiude l’album.

Un disco, quindi, controverso, che alla sua uscita non ha saputo conquistare il pubblico, ma che col tempo si è fatto conquistare fino ad essere considerato uno dei lavori meglio riusciti di Ligabue.

Dopo questo parziale flop, l’anno dopo verrà pubblicato “A che ora è la fine del mondo?”, composto da canzoni scartate, che sembra più un’operazione tappabuchi in attesa del grande botto che avverrà nel 1995.

Ma di questo ne parleremo settimana prossima…

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…segue su “Ligabue – A che ora è la fine del mondo?