scuola

Era un pomeriggio di settembre del 1993 quando vidi per la prima e unica volta Alfonso.
Nel corso della nostra vita alcuni ricordi, col tempo, si rivelano indelebili, e sembrano strappati da tutto il resto della nostra esistenza come se avessero una loro autonomia. Come una striscia di negativi in cui in mezzo a 36 foto ce ne fosse solo una ben nitida; ecco, quello è il ricordo e tutto il resto è ciò che c’è stato prima e dopo.

Quel pomeriggio stavo passeggiando con mia zia Marzia, allora diciannovenne.
Avevamo solo tredici anni di differenza, il che la rendeva quasi una sorella maggiore per me.
Io avevo sei anni e il giorno dopo avrei iniziato la prima elementare; ricordo ancora quella sensazione che provavo nel vivere la vita come se dietro di me non ci fosse niente perché tutto doveva ancora arrivare. Ero emozionato perché il fatto di cominciare la scuola mi faceva sentire un po’ più grandicello, quando in realtà il mondo degli adulti apparteneva ad un’altra dimensione, e i ragazzi che oggi sono più piccoli di me, allora mi sembravano dei giganti.

Io e mia zia stavamo camminando verso casa di mia nonna quando all’angolo della via, seduti su un muretto, incontrammo dei ragazzi. Erano in quattro, forse cinque se la memoria non mi inganna, compagni di scuola di mia zia. C’era anche una ragazza tra di loro, ma questo particolare nella mia mente è sbiadito come l’ultimo piano di un palazzo di sei piani visto attraverso una pozzanghera.
Questa ragazza, dicevo, quando mia zia mi presentò come il suo nipotino, mi disse che ero proprio carino. E in effetti lo ero, forse per quell’aria ingenua e buona, di chi non avrebbe fatto male nemmeno a una foglia secca. Tra questi ragazzi di cui non ricordo volti né nomi, uno su tutti sarebbe rimasto impresso nella mia memoria per sempre: Alfonso.
Non ricordo i suoi tratti fisionomici nel dettaglio, ricordo solo quell’aria solare e giovanile che rendevano quel pomeriggio soleggiato di settembre ancora più luminoso.
Doveva avermi preso in simpatia, o forse voleva solo apparire simpatico agli occhi degli amici e di mia zia, che allora era proprio una bella ragazza, sta di fatto che si rivolse a me dicendomi:
“Allora domani inizi la scuola?”
Io timidamente feci sì con la testa.
“Sai cosa devi fare domani?” continuò Alfonso, “Vai dalle bambine, gli tiri su la gonna e poi ti metti a urlare ‘Aaaahh, cos’è questo?’”
I ragazzi si misero a ridere, qualcuno finse di rimproverarlo, mentre io mi divertii un sacco a sentire quella battuta, e ci deve essere stato qualcosa in quelle parole, o forse nel modo di dirle o per la spensierata felicità con la quale sono state pronunciate, che hanno lasciato un forte segno dentro di me se mi ritrovo a parlarne dopo ventisei anni.
Poco dopo ce ne andammo, e il mio ricordo di Alfonso si concentra in questi brevi minuti e in queste poche parole pronunciate.

Quel muretto è ancora lì all’angolo della via, ma negli anni successivi non ho più visto nessuno sedercisi sopra. Nei giorni malinconici penso a quanto tempo è passato, quante cose sono cambiate e a come sia strano che certe cose apparentemente insignificanti si trasformino in ricordi che ci portiamo dietro tutta la vita.
Ogni decennio ha le sue icone che ha reso indimenticabile l’infanzia di chi ha vissuto quel determinato periodo; negli anni ’90, per come li ho vissuti io, ricordo Bim Bum Bam, Beverly Hills 90210, Festivalbar, la sigla di Friends, gli 883, il Burghy, i cartoni animati del pomeriggio di Italia1, e nella mia personale galleria di immagini relative esclusivamente agli anni ’90 c’è anche lui, Alfonso. Che con poco, molto poco è diventato un personaggio immortale che non dimenticherò mai, eppure non ho mai saputo niente di lui.
Non so dove si trovi oggi Alfonso, ma ovunque sia gli auguro di portare sempre addosso quel sorriso e quella felicità spensierata che è riuscito a trasmettermi in quei pochi istanti con cui ci ho avuto a che fare. E questo è il miglior augurio che posso fare a una persona che, in fin dei conti, non conosco.