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Questo è un racconto brevissimo che avevo scritto per un concorso letterario che aveva come tema la bellezza e la fragilità nelle persone anziane. Per scrivere queste righe mi sono ispirato alla figura dei miei nonni e ai bellissimi ricordi che ho insieme a loro. Grazie al cielo sono ancora vivi e continuano e regalarmi, ogni volta che li vedo, dei bellissimi momenti. Nella parte finale del racconto ho ricreato una situazione immaginaria, ma la parte in cui descrivo l’infanzia, quella è tutta vera. Alla fine non ho proposto il racconto al concorso perché non lo ritenevo adatto. Però trovo che qui dentro ci sia molto sentimento, quindi ho voluto proporlo in questo post.

Qui sotto il racconto:

Alcuni dei momenti più belli della mia vita, che ricordo con maggior affetto, li ho passati a casa dei miei nonni. Da bambino ero molto introverso, non mi piaceva giocare con i miei compagni; preferivo di gran lunga stare in loro compagnia senza fare niente di particolare, semplicemente stare a casa loro. Guardavo tanti film, soprattutto pellicole datate. Ancora oggi ho un particolare affetto verso i film vecchi, in bianco e nero, perché mi fanno pensare ai miei nonni. Me li immagino giovani, mentre vivono l’uscita di quei film e nei fine settimana andare al cinema a vedere peplum mitologici come “Le fatiche di Ercole” o “Maciste nella valle dei re”. Ho riso tanto insieme ai miei nonni. Un episodio ricordo in particolare, legato a mia nonna: ero in sala a guardare Il mago di Oz. Il film si conclude con la giovane Dorothy che, risvegliatasi nel suo letto, esclama con gioia: “Non c’è posto più bello di casa mia”. Alla fine del film io andai in cucina, dove mia nonna stava facendo i mestieri e le dissi: “Nonna, non c’è posto più bello di casa mia.” Lei, che in ogni occasione aveva sempre la battuta pronta senza aspettare un secondo di troppo, per tutta risposta mi disse: “E va’ a cá toa, allora.” Ricordo ancora quando dovevo alzare lo sguardo per guardare il volto di mia nonna; aveva una corporatura robusta, i capelli corti sempre tenuti in ordine, di un biondo tendente al rosso, ed era sempre sorridente con tutti. Lungo il tragitto che separava la casa dal supermercato, poco più di duecento metri per un totale di tre minuti di camminata, lei si fermava tre o quattro volte a chiacchierare con delle sue amiche. E ogni volta erano persone diverse, mi chiedevo quante diavolo di persone conoscesse mia nonna. Quando mi prendeva per mano non potevo fare a meno di notare le macchie sulla sua pelle. Io le chiedevo: “Nonna, cosa sono queste macchie sulla tua mano?” Lei mi rispondeva: “Son vecia, putìn.” (Putìn in dialetto veneto vuol dire bambino). Ora non devo più alzare lo sguardo per guardarla negli occhi, e le macchie sulle sue mani sono nascoste dalla pelle che sembra carta stropicciata. È molto dimagrita, e quando vado a trovarla la trovo sempre seduta su una sedia con lo sguardo verso la tv accesa, che può solo sentire perché non vede più le immagini ben definite. L’altro giorno sono andato a trovarla, sono entrato in casa, mi sono avvicinato a lei e ho urlato “Ciao nonna”, lei si è girata piano, come se avessi solo bisbigliato e lei avesse udito un semplice rumore in sottofondo. “Nonna, sono Luca”. Ha accennato un sorriso e ha scosso la testa come a dire Ho capito chi sei. Poi ha detto con voce sottile e roca: “Ciao, caro, ciao.” A volte le faccio delle domande, ma non sempre mi risponde, quindi spesso rimaniamo in silenzio; e mentre lei rimane con lo sguardo verso la tv io rimango a osservarla, e mi concentro su una cosa in particolare: la definizione di bellezza. La vista di una donna, a noi uomini, provoca sempre un’emozione. C’è la bambina di cui ci innamoriamo a scuola, che immaginiamo come una principessa da portare via su un cavallo, o nel mio caso da salvare da una banda di banditi e scappare insieme verso le praterie dell’ovest, e costruire una casa davanti a una distesa di campi di grano. Poi c’è la bellezza della maestra delle elementari, quella col sorriso più dolce che tra tutti gli alunni sorride proprio a te durante la lezione, facendoti così sentire l’alunno più importante. C’è la bellezza di una madre che, come diceva Gesù in Marcellino pane e vino “Non esistono madri brutte. Le madri son tutte belle.”    Quel tipo di bellezza, anche se non sempre lo ammettiamo, lo andiamo a cercare un po’ ovunque durante tutta la nostra vita, ma una bellezza uguale non la troveremo mai. Diversa e altrettanto bella sì, ma mai uguale. E poi c’è la bellezza di una nonna. Quanto può essere bella una nonna? Non mi ero mai soffermato a pensarci. Una donna che è sempre stata anziana, sin da quando eri piccolo, come può essere definita la sua bellezza? Io la osservavo, i suoi occhi guardavano lo schermo del televisore, ma dentro di me ero sicuro che stesse guardando tutt’altro. Così tanti anni alle sue spalle avrebbero potuto offrirle un copione sicuramente più interessante di qualsiasi programma alla tv. Probabilmente pensava a quando era una ragazzina, oppure a quando ha conosciuto mio nonno, che da qualche anno ci ha lasciati. Il tutto con la triste e malinconica consapevolezza che quei giorni non torneranno mai più, che non c’è possibilità di rimedio, oramai gli ultimi giorni è destinata a passarli seduta su quella sedia nell’attesa di chiudere gli occhi per poi non riaprirli più. Quanto deve essere triste sapere di aver già vissuto tutta la tua vita e che ormai non rimane più niente? Cercavo questo nel suo sguardo, ma non lo trovavo. In quell’apparente vuoto nascosto nei suoi occhi sbiaditi, mi sembrava di vedere molto di più. Tante storie da raccontare che però resteranno per sempre imprigionate lì, senza alcuna possibilità di essere raccontate. Ho toccato la sua mano con la stessa delicatezza con la quale si tocca una lastra di ghiaccio. Riuscivo a sentire le sue ossa coperte da un leggero strato di pelle. Le prendo la mano e le do un bacio, poi mi fermo a osservare i particolari della sua pelle. “Queste brutte macchie proprio non vanno via, vero nonna?” Lei si gira piano verso di me e in quel momento sembra capire quale sia il punto giusto dove incontrare il mio sguardo. Mi sorride e per un attimo sembra aver ritrovato la consapevolezza di molti anni prima, e dalla sua bocca esce un suono molto flebile e dolce: “Son vecia, putìn” Sento un groppo stringermi la gola, come se avessi ingoiato una mela intera. Le do un bacio sulla testa appoggiandole una mano sulla spalla ossuta ma vorrei stringerla a me ancora più forte:            “Ma quale vecia? Sei la ragazza più bella del mondo.” I suoi occhi riprendono a fissare il vuoto, mentre io rimango ancora un po’ a guardarla, e a pensare a quanta storia sia contenuta in una piccola e fragile vecchietta. Una storia bellissima che racconterò finché non avrò più voce, e le mie dita non potranno più scrivere.