bacheca

Alle otto di mattina di un qualsiasi giorno feriale, via Manzoni brulicava di automobili che rigurgitavano genitori e bambini. Era una via situata in una città nella zona est di Milano, ma possiamo immaginare la scena in una qualsiasi città che abbia nella stessa via un asilo nido, una scuola elementare e una scuola media. Zaini colorati e quattro frecce sulle automobili si confondevano creando un’immagine dinamica come un quadro futurista.

Chiara aveva nove anni, frequentava la terza elementare e a scuola ci andava sempre più che volentieri. Era nata in un caldo pomeriggio di un luglio del 1987 e ora stava guardando gli anni novanta volgere al termine. Come molti bambini della sua età il risveglio era accompagnato dai cartoni animati su Italia1 e un’abbondante colazione a base di caffelatte e cereali.

Il martedì era leggermente più assonnata del solito perché il lunedì sera le era consentito di stare sveglia fino alle 23 per vedere i film in prima tv su canale5; ma quando cominciava il programma successivo accompagnato dal bollino rosso in basso a destra capiva che era ora di andare a letto.

Quella mattina Gianna, la madre, la accompagnò davanti scuola come tutte le mattine e insieme aspettarono l’arrivo di Alessandra, la migliore amica di Chiara.
Una volta arrivata, la bambina diede un bacio alla mamma e insieme all’amichetta del cuore si avviò verso l’ingresso della scuola.
Chiara manifestò all’amica il suo entusiasmo riguardo al fatto di essere stata sveglia fino tardi la sera prima per guardare quel bellissimo film, mentre Alessandra aveva preferito dare una ripassata a storia per timore di essere interrogata.
Anna, la maestra, sapeva essere capace di amorevoli sorrisi ma era ugualmente in grado di entrare negli incubi di un bambino come Freddy Krueger.

Una volta salite le scale e varcata la porta d’ingresso, in prossimità della bidelleria si presentò un’insolita scena. Decine e decine di bambini erano ammassati davanti alla bacheca degli avvisi, alcuni ridevano e altri risultavano increduli.
Una ressa simile si verificava solo a fine anno dopo l’esposizione dei tabelloni finali.
Quasi all’unisono i bambini si girarono tutti verso Chiara, chi con occhi sbarrati e chi mantenendo un sorriso di scherno.

Chiara non capiva cosa stesse succedendo, si girò verso l’amica e la vide a contemplare un punto sulla parete.
Quando Chiara volse lo sguardo un brivido le percorse la colonna vertebrale procurandole le vertigini.
La bacheca era tappezzata di foto: in ognuna di esse vi era raffigurata Chiara.

La prima sulla quale posò lo sguardo la ritraeva insieme alla madre durante la festa dei suoi cinque anni. In un’altra era completamente nuda nella vasca da bagno a giocare con la schiuma; lì doveva avere all’incirca tre anni. E poi Chiara con la torta di compleanno a sei candeline, Chiara vestita da Biancaneve durante il carnevale del ’94, Chiara tra le braccia della nonna ormai defunta e la più imbarazzante di tutte: Chiara a letto con la varicella. Ma la cosa più imbarazzante e insolita era una scritta sotto la foto: “La mia bambina a letto con la febbre. Riprenditi presto amore mio, la mamma ti vuole tanto bene” firmato: Mamma.

Chiara volse lo sguardo ma i suoi compagni di scuola persero forma. Sentiva voci confuse mentre tutto intorno a lei girava.
Quelle foto ritraevano lei in momenti privati, e nonostante a vederle erano persone che conosceva bene, chi più chi meno, si sentì come gettata in pasto a una belva feroce, completamente nuda e senza più segreti.
Voleva fuggire ma era come se adesso non poteva più nascondersi da nessuna parte.

Si svegliò di soprassalto. Il cuscino era umido e accanto a lei Pietro, il marito, dormiva ancora emettendo leggeri sbuffi. Guardò la sveglia, erano le sei di mattina. Ancora un’ora di sonno prima di svegliare i bambini, Sofia di otto anni e Gabriele di cinque anni e mezzo.
Sognare di quando era una bambina la metteva sempre a disagio. Spesso i sogni erano piacevoli perché le ricordavano quei giorni spensierati, altre volte invece le trasmettevano l’ansia delle interrogazioni, la consapevolezza di non avere ancora diciotto anni e quindi dover affrontare nuovamente la maturità, non possedere ancora la patente e non aver conosciuto ancora l’uomo al quale ha giurato amore eterno nel settembre del 2012 quando aveva venticinque anni e lui ventotto.

Si alzò dal letto attenta a non svegliare il marito, prese lo smartphone sul comodino e andò in bagno. Resto un po’ seduta sul bordo della vasca ripercorrendo l’ansia del sogno che aveva appena fatto. Telefono alla mano, aprì l’app di Facebook e andò alla sezione foto.
Centinaia di fotografie di lei insieme ai suoi bambini. Battesimo, compleanni, carnevale, natale e festività varie in famiglia, tutto documentato. Tutto in pasto agli utenti del web.
La sua immagine e quella dei suoi bambini prostituita per una manciata di like e una visibilità fine a se stessa. Le tornarono alla mente quei pomeriggi d’inverno passati a sfogliare gli album fotografici insieme ai genitori. Uno dei ricordi più belli che aveva della sua infanzia, quando ancora si usavano fotocamere compatte a rullino e si provava l’emozione di toccare con le proprie mani un ricordo su supporto cartaceo.

Rifletté per un attimo su un punto in particolare: se quando era piccola ci fossero stati i social e tutte quelle foto anziché restare tra le mani dei suoi genitori e fatte vedere ai parenti e amici più stretti, fossero state date in pasto alla rete, che effetto avrebbe avuto su di lei? Come si sarebbe sentita?
Dette un’ultima occhiata alle foto sul cellulare e poiché ricordava bene di averle salvate su un hard disk, tenne il dito premuto sull’album “Famiglia” e selezionò la voce Elimina.

Pensò a tutte le visualizzazioni, i mi piace e i commenti: spariti da quel mare immenso e tumultuoso che è la rete, finché non si fecero strada in lei ipotetici scenari fantastici ma non del tutto impossibili. Un suo conoscente che dopo aver visualizzato una foto decide di salvarla per poterla far vedere a un amico o un parente per il gusto di spettegolare su “Chiara quella mia ex compagna di classe alle elementari”. Oppure una delle tante persone conosciute anche solo occasionalmente in trent’anni (aveva pur sempre 625 amici su Facebook) che ora sapevano esattamente nome, cognome, volto e nome della scuola che frequentavano i suoi bambini.

Pensò a tutto questo e lungo la colonna vertebrale sentì lo stesso brivido che aveva avuto quella notte durante il sogno.