locanda

Finalmente avevano trovato un posto dove cenare.
Due coppie di amici con i rispettivi pargoli (due figli a testa, due maschi e due femmine), dopo aver girato un’ora e mezza per tutta Milano erano giunti davanti a un locale chiamato La locanda fuori dal mondo. Per arrivarci avevano dovuto percorrere una strada sterrata circondata da una folta vegetazione che terminava in una distesa deserta dove in mezzo al nulla si ergeva questo locale affascinante. Sembrava di essere in un fumetto di Dylan Dog.

Per la coppia di amici non sembrava essere una buona serata; tutti i ristoranti che avevano girato erano al completo, ma la cosa che più li aveva lasciati perplessi era il fatto che in alcuni posti si erano rifiutati di prendere in carico i bambini.
“Sapete” disse un cameriere “in questo locale vige un’atmosfera intima. I bambini non sono ammessi.”
I due capifamiglia Ricky e Tony stavano per iniziare una rissa quando furono calmati dalle rispettive mogli Sonia e Carla. Alterati dal fatto che i loro bambini, che chiaramente loro consideravano superiori a qualsiasi altro essere vivente, venissero rifiutati fece scattare in loro un forte impulso violento, non curanti del fatto che in alcuni locali molta gente va per godersi una serata tranquilla e non per sentire le urla dei bambini lasciati incustoditi dai genitori.
I figli di Ricky e Sonia si chiamavano Giulio e Sara, 10 e 8 anni. Mentre Tony e Carla avevano Marco e Gaia, 11 e 7 anni. Giulio nonostante l’età sfoggiava un cellulare da 6 pollici alla stregua di un imprenditore comasco, e mentre smanettava sullo schermo touch gridò con la sua voce: “Questo posto non è segnato su Tripadvisor”.
“Forse non hai inserito la località giusta” gli disse il padre.
“Non sapete neanche voi dove ci troviamo” lamentò Marco con la simpatia di uno sfogo di psoriasi sul perineo.
“Ragazzi volete mangiare hamburger e patatine o preferite tornare a casa?” li ammonì Tony.
“E se qui non le fanno le patatine?” sussurrò Gaia quasi singhiozzando.
“Ragazzi vi prego” disse Sonia “Entriamo che sto morendo di fame. Di sicuro qui avranno degli ottimi dolci per voi bambini”

Entrarono.

Furono accolti da un camino a legna che emanava un tepore piacevole. L’interno tutto in legno ricordava il saloon di un film western, ma di quelli piacevoli e tenuti bene.
Si udiva un mesto chiacchierio, che non rendeva bene l’idea di quante persone ci fossero all’interno.
“Buonasera miei signori” esordì il cameriere, che si chiamava Ulderico Stein. Un signore distinto sui trentacinque anni che però ne dimostrava qualcuno di più. Alto e molto magro con una leggera stempiatura.
“Accettate i bambini?” chiese Ricky.
“Ma certo mio signore. Li accettiamo più che volentieri” rispose Ulderico Stein abbassando lo sguardo verso i bambini e facendo loro l’occhiolino con un ghigno sinistro che non prometteva niente di rassicurante.
“Molto bene. Allora siamo in otto. Bambini compresi.”
“Seguitemi, prego.”
Ulderico Stein li condusse in un ampio salone dove all’interno ci saranno stati un centinaio di coperti, e i tavoli erano tutti pieni. Dal lieve brusio che si udiva all’ingresso non avrebbero mai pensato di trovare tutta quella gente. Coppie di fidanzati, tavolate più grandi con compagnie di amici, ma di bambini nemmeno l’ombra.
Li fece accomodare ad un tavolo e portò loro il menù.
Non fecero in tempo a sedersi che i bambini, tutti e quattro iniziarono a correre in giro per il salone, facendo lo slalom tra i tavoli.
“Marcoo, Gaiaaa fate piano” gridò Carla, attirando l’attenzione di tutti i presenti.
“Lasciali andare cara, che si divertano un po’” le disse Tony, il marito.
Sonia replicò: “Ma sì, per una volta che li portiamo fuori. Lasciamoli stare.”
“Io voglio solo le patatine fritte.” Urlò Giulio.
“Anch’io” gli fece eco gaia.
“Io non voglio niente. Prendo il dolce dopo.” Disse Marco
La piccola Sara non si pronunciò, continuava a correre per la sala rincorrendo il fratello e i genitori non se ne curarono. Ordinarono un’abbondante cena tutta per loro con delle porzioni di patatine con cui tenere a bada i figlioletti di tanto in tanto.
Ulderico Stein si avvicinò.
“Mi scusino lor signori, non vorrei sembrare indiscreto ma data l’irrefrenabile esuberanza dei vostri deliziosi pargoli, consiglierei di trasferirli nella nostra sala giochi.”
“E’ un’ottima idea” disse Tony mostrando quanto stesse gradendo la tagliata di manzo che ancora si aggirava all’interno della sua bocca.
“C’è qualcuno che li controlla?” chiese Carla.
“Ma certo mia signora. Verranno tenuti sotto costante controllo. Me ne occuperò personalmente.”
“Perfetto allora.”
I genitori si mostrarono d’accordo e i bambini seguirono con entusiasmo il cameriere.
“Un pensiero in meno per noi” disse Ricky sollevando il suo bicchiere di rosso.

I quattro bambini seguirono Ulderico Stein che li condusse in una stanza completamente vuota che sapeva di armadio chiuso.
“Dove ci sta portando?” chiese uno di loro.
“A fare un bel gioco” rispose il cameriere.
Egli, dando loro le spalle, aprì un baule e quando si girò verso di loro sfoggiava un’accetta perfettamente lustrata che sembrava quasi illuminare la stanza.
“Ora si gioca sul serio, bambini miei.”

Ulderico Stein portò il caffé al tavolo delle due coppie che ridussero la tavola a una fiera di macchie di rosso e schizzi di qualsiasi tipo di salsa avessero a disposizione in quel locale.
Erano rimasti solo loro nel ristorante, una coppia, marito e moglie, stavano pagando il conto in cassa poi si dileguarono nella notte.
“Tutto bene signori?”
“Alla grande. La cena era ottima. Vi faremo un’ottima recensione.”
I quattro scoppiarono a ridere.
Il cameriere sollevò il lato sinistro del labbro mostrando un sorriso di circostanza.
“Oh, non credo sia il caso, signori miei.”
”A proposito… dove sono i nostri piccoletti?” chiese Tony.
“Non si sono ancora scaricati?” aggiunse Ricky provocando un’altra risata generale.
“I vostri piccoletti hanno mostrato una condotta esemplare.” Rispose Ulderico Stein.
“Sì ma dove sono?” chiese Tony con un tono improvvisamente brusco.
Il cameriere sollevò lo sguardo verso di lui come se la risposta fosse scontata.
“Beh… come è consuetudine da queste parti, i vostri bambini sono stati accettati.”
I genitori si guardarono tra di loro cercando di accantonare gli effetti del rosso e mostrandosi falsamente sobri.
“Avete capito bene, miei adorati ospiti. Li abbiamo accettati, come da voi espressamente richiesto se non erro.”
I quattro improvvisamente capirono quello che era successo ma non riuscirono a mostrare una vera e propria reazione, solo bocche semiaperte e sguardi ebeti.
Solo Ricky, cercando con lo sguardo la complicità di sua moglie riuscì a dire solo: “Oh”.
Ulderico Stein con una mano dietro la schiena e il busto leggermente chinato in avanti studiò le espressioni dei suoi clienti mantenendo inalterate cordialità e disponibilità.
“Gradite un amaro?”