born in the usa

Decimo giorno, decimo disco.

Alla fine non potevo che parlare di lui: il boss.
L’ultimo disco che ho scelto per questo percorso è uno dei più venduti nella storia del rock a stelle e strisce, oltre ad essere il lavoro più famoso e anche vituperato di Springsteen.

Perché ho scelto questo disco?

Avrei potuto scegliere diversi album del boss, su tutti Born to run e The river; ma anche Tracks, che è una manna di 66 canzoni, oro per ogni fan di Springsteen, e poi perché ho un bellissimo ricordo legato al periodo in cui mi fu regalato quel cofanetto dai miei genitori dopo gli esami di terza superiore. Alla fine ho fatto la scelta più banale e popolare: Born in the USA.
Ma c’è un altro semplice motivo ben preciso: è stato il primo disco del boss che ho acquistato.

Ricordo bene la prima volta che ascoltai una canzone di Bruce: ero in seconda media, e in quel periodo la prof di inglese ci faceva tradurre delle canzoni. It’s my life e Say it isn’t so dei Bon Jovi, Rock Dj di Robbie Williams, qualcosa dei Cranberries e Britney Spears che ora non ricordo bene.
Queste erano le canzoni che andavano per la maggiore in quel periodo, tra il 1999 e il 2000; probabilmente la prof pensò di volerci far scoprire qualcosa di più che non fossero i prodotti commerciali di quel momento. Lei, come me, era molto appassionata di cinema e musica, e se per il cinema il suo attore preferito era Daniel Day Lewis, per quanto riguarda la musica aveva un altro idolo. Un nome piuttosto importante: Bruce Springsteen.
Ci fece quindi tradurre il testo di Tougher than the rest, canzone contenuta nell’album del 1987 Tunnel of love. Una canzone d’amore, come lo era più o meno tutto l’album che analizzava i vari aspetti della vita di coppia, paura e angosce comprese.
Non era un testo sdolcinato, anzi; in alcuni punti risultava alquanto intraducibile talmente era americano nel linguaggio. Some girls they want an handsome Dan, or some good looking Joe sono versi che non rendono bene nella nostra lingua.

Una volta tradotto il testo, la prof ci portò in aula video per farci vedere su cassetta il video di quella canzone. Io a quell’età ascoltavo perlopiù musica italiana, e non conoscere canzoni straniere, soprattutto quelle che andavano per la maggiore, mi faceva sentire un po’ un emarginato. Alcune cercavo di farmele piacere per forza, col risultato che ancora oggi le odio più che mai come Goodnight moon dei Shivaree e Imitation of life dei REM (band che oggi adoro, ma quella canzone proprio non mi piace).
Però quel giorno qualcosa cambiò: quella canzone cambiò tutto.
Una ballata lenta che mi conquistò fin dai primi accordi, e l’entrata in scena del boss la ricordo ancora oggi. La camera che inquadra uno stivale con sperone che batte sue giù per scandire la musica, per poi salire lentamente e inquadrare il volto di Springsteen che inizia a intonare la canzone.
Ricordo ancora quello che pensai: finalmente una canzone straniera che mi piace.
Uscì da quell’aula con la consapevolezza di aver scoperto qualcosa di importante.

L’anno dopo, alla fine della terza media, la prof ci fece trovare sul banco un biglietto di auguri per il nostro futuro, all’interno del quale erano riportati dei versi di una canzone.

Well we busted out of class
Had to get away from those fools
We learned more from a three minutes record
Than what we ever learned in school.

Versi che mi colpirono come un martello. E quando la prof attaccò lo stereo per farci ascoltare la canzone fu come se una bomba fosse esplosa dentro di me.
Questa volta stavo ascoltando l’anima rock di Springsteen, quel sound era lontano anni luce dall’atmosfera acustica e sussurrata di Tougher than the rest.
E quando partì il ritornello, quell’enfasi e l’epicità di quei versi mi aprirono le finestre verso un altro mondo:

We made a promise
We swore we’d always remember
No retreat, baby, no surrender.

Se Tougher than the rest è stata la canzone che mi ha fatto scoprire Bruce Springsteen, No surender è stata quella che mi ha fatto capire chi realmente fosse e soprattutto da quel momento ho capito che da quel giorno il mio riferimento nella musica rock era lui: il boss.
L’anno dopo, quando ero ormai alle superiori, uscì un album di inediti di Springsteen, The rising.
Alla radio ascoltai Lonesome day, ed ebbi la conferma che colui che cantava quei versi mangiandosi le parole era davvero un figo.

Nel 2003, all’inizio della terza superiore (era autunno credo) comprai il mio primo album di Springsteen, Born in the USA.
Guardai le tracce sul retro del cd. Born in the USA, beh quella la conoscevano anchi i sassi. A metà della tracklist vidi lei: No surrender. Quello fu il motivo principale che mi spinse a cominciare proprio da quell’album.

Non so dire se Born in the USA sia l’album giusto per iniziare a conoscere il boss. È sicuramente la sua opera più commerciale, non si trova l’epicità presente in Born to run, e gli arrangiamenti non sempre valorizzano la E Street band come in The river. Anzi, gli arrangiamenti risentono un po’ troppo dei gusti che correvano negli anni ’80. Basti pensare a Dancing in the dark, canzone a cui ogni springsteeniano della prima ora guarda con leggero ribrezzo, mentre la versione dal vivo non si discute. È puro rock.

Però il disco ha dei momenti di altissimo livello: Darlingston county propone lo Springsteen più allegro, e l’assolo di sax arriva puntuale. Bobby Jean è forse una delle più belle canzoni sull’amicizia che abbia mai sentito, e l’assolo di sax finale è tra i più belli nella discografia di Bruce.
E poi le ballate I’m on fire e My hometown sono da brivido. La prima suggestiva nell’arrangiamento, la seconda con un testo degno degli episodi migliori della produzione precedente.

Infine è impossibile resistere a canzoni come Glory days, Working on the highway e Cover me.
Quest’ultima l’ho sempre sottovalutata, considerandola una canzone minore. Mi sono sempre chiesto come mai tra le oltre 70 canzoni scritte per questo album, Bruce avesse scelto proprio questa con una musica sì piacevole ma con un testo semplice semplice che sembra scritto in pochi minuti. Però qualche sera fa l’ho riascoltata su Virgin Radio e ne sono rimasto piacevolmente colpito. È strano come a volte rivalutiamo delle canzoni che conosciamo bene nel momento in cui le ascoltiamo da un momento all’altro, senza aspettarcelo.

Born in the USA quindi non è il mio album preferito del boss. Ma trovo sia un gran bell’album.
Ne ho avuta la conferma definitiva quando nel 2013 ho assistito al concerto che il nostro tenne a San Siro. In quell’occasione Bruce volle rendere omaggio alla prima volta in cui si esibì nello stadio meneghino nel 1985 proprio con il tour che seguì a Born in the USA, cantando per intero l’album.
Avendo ascoltato le canzoni front to back in versione live ora posso dire con certezza che quell’album, considerato croce e delizia dai fan, è un grande disco.

A me personalmente bastano quei pochi versi che mi aprirono le porte verso un mondo tutto nuovo, grazie alle quali riuscì a inserirmi nel mondo degli adolescenti sapendo che da qualche parte sulla terra qualcuno stava parlando proprio con me, con una visione del mondo che sentivo molto vicino alla mia.

No retreat, no surrender.