bowie

Come scrivevo nell’articolo precedente “Dieci dischi in dieci giorni” è una specie di gioco che sta prendendo piede su Facebook, in cui per dieci giorni bisogna pubblicare la copertina di dieci dischi che ci stanno a cuore. Io invece di limitarmi a pubblicare la copertina, voglio raccontare qualcosina in più, e quindi ho deciso di partecipare a questo giochetto qui sul mio blog.

Il disco che ho scelto per oggi è ChangesBowie, raccolta del Duca Bianco uscita nel 1990,

dopo la non esaltante esperienza coi Tin Machine (che sarebbe comunque continuata l’anno dopo, per poi naufragare completamente).

L’album è una summa del talento strabordante di Bowie che racchiude in 18 canzoni una carriera iniziata 21 anni prima e che allora era composta da 18 album (se contiamo anche Tin Machine).
Una raccolta di David Bowie non può essere brutta. E dal momento che diciotto canzoni sono poche devono essere come minimo tutte bellissime. E infatti è così.

Il fascino che provo verso Bowie cominciò quando avevo più o meno nove anni.
Stavo guardando Labyrinth in tv, e subito rimasi affascinato dal perfido Jareth, interpretato da Bowie. Ma il momento che ricordo in maniera più fulgida è la fine del film, quando partono le note di Magic dance. Rimasi affascinato da quella canzone e dall’interpretazione vocale. E da quel fascino non mi liberai mai più.

Ero ancora troppo piccolo per iniziare una ricerca su Bowie, e non c’erano i mezzi tecnologici di oggi; quindi passò qualche anno prima che mi imbattei di nuovo nel Duca Bianco.
Esattamente una domenica pomeriggio del 2002, quando il nostro si trovava ospite a Quelli che il calcio. Eseguì una canzone tratta dal suo ultimo album Heathen, una canzone affascinante, ipnotica, cantata con un magnetismo senza eguali. La canzone era Cactus, e scoprì più tardi che si trattava di una cover dei Pixies.

Da quel momento cominciai seriamente a seguire David Bowie, anche se molto gradualmente.
Infatti il primo album lo comprai solo due anni più tardi, nel 2004, ed era appunto questa raccolta che trovai a un prezzo piuttosto abbordabile per uno studente.

Le 18 canzoni sono tutte bellissime, e l’ordine cronologico riesce a rendere bene l’idea dell’evoluzione che Bowie ha compiuto durante gli anni, ma soprattutto la singolare abilità di passare da un genere all’altro con assoluta dimestichezza.

Si parte quindi dalle atmosfere folk e psichedeliche di Space oddity, per passare al glam rock di Ziggy Stardust, The Jean Genie, al proto punk di Diamond dogs e Rebel Rebel, il funk e il soul di Young Americans e Fame, l’Art Rock di Heroes, la New Wave di Ashes to ashes e Fashion, fino ad arrivare al periodo più commerciale di stampo dance pop con Let’s dance per poi concludere con il Pop di Blue Jean.

Avevo 17 anni, e questo disco si è rivelato essere una compagnia costante durante i miei viaggi in metropolitana per andare a scuola, e soprattutto durante la vacanza estiva che feci a Deiva Marina con il mio migliore amico di sempre Andrea.
Ricordo che io cercavo con ostinazione di trasmettergli l’amore, o perlomeno una minima considerazione verso Bowie, ma non ci riuscivo. A lui piaceva solo Rebel Rebel e basta.
Oggi invece, superati i trenta, Andrea riconosce il genio del Duca.

Dopo questo cd cominciai ad andare alla scoperta della discografia di Bowie, acquistando gran parte della sua produzione.
Devo ammettere che nessun album mi è mai piaciuto dall’inizio alla fine. Nemmeno Ziggy Stardust, che è considerato forse il suo capolavoro maggiore. Trovavo delle canzoni stupende, ma tante altre proprio non riuscivo a digerirle. E nonostante questo il mio fascino verso David Bowie è sempre rimasto intatto.

Se siete interessati, ho già scritto di David Bowie a ridosso della sua morte. L’articolo potete leggerlo ciccando qui.

Annunci