BABA

Uno dei momenti più importanti della mia vita, che ricordo con maggior affetto ed emozione, fu quando ascoltai per la prima volta Baba O’Riley dei The Who.
Era una tarda mattinata di maggio del 2004, avevo 17 anni; le giornate erano luminose e nell’aria si avvertiva quel profumo delicato di spensieratezza che anticipa l’estate di un adolescente.

Ogni tanto quando si presenta la primavera, riesco ancora ad avvertire un vago sentore di quei giorni, quando il problema più grande era un’interrogazione o una ragazza che non ti rispondeva a uno squillo.

In quei giorni la scuola volgeva al termine, e dietro l’angolo incombevano gli esami di terza superiore. Ricordo l’ansia e la preoccupazione, ma oggi quello che ricordo maggiormente sono i momenti di distrazione e l’ignoranza adolescenziale con la quale si faceva fronte a quelle situazioni.
Ero nella mia cameretta e dalla finestra aperta alle mie spalle il sole illuminava la stanza, e il rumore delle macchine scandiva la routine quotidiana.
Quella mattina avevo comprato un cd in inserto al settimanale L’Espresso, per la collana Canzoni in rock.

Sulla copertina i ritratti di tre mostri sacri del rock: a sinistra Bob Dylan, al centro Elton John e a destra Santana.
Misi su il cd e la prima traccia era una versione di Wish you were here cantata dal solo Roger Waters, senza gli altri Pink Floyd.
Un capolavoro, al quale mancava forse l’epicità della versione originale, ma era pur sempre un capolavoro.
Iniziata la seconda traccia il mondo non fu più lo stesso.
Un sintetizzatore continuo e ipnotico mi portò in un’altra dimensione.
Mi alzai dritto sulla sedia conscio del fatto che non avevo mai sentito niente di simile.

Dopo qualche secondo la base strumentale veniva arricchita dallo scandire dei tasti di un pianoforte; doveva ancora iniziare la parte cantata e io pensai quasi ad alta voce “Questa credo sarà una della più belle canzoni che abbia mai sentito”. Non potevo dirlo con certezza perché la canzone era appena iniziata, ma bastarono quei pochi accordi per rendermi quasi convinto.
Poi la voce e la grinta di Roger Daltrey: “Out here in the fields, I fight for my meals”.

Un testo tutto sommato breve, senza un ritornello vero e proprio. Senza un apice perché l’intera canzone viaggia su vette altissime. Come quando a metà canzone la musica si abbassa e questa volta sentiamo la voce del chitarrista e compositore Pete Townshend: “Don’t cry. Don’t raise your eye. It’s only teenage wasteland.”
Pelle d’oca senza un attimo di tregua, perché proprio quando credi di aver sentito il massimo che puoi chiedere a una canzone ecco che la batteria introduce nuovamente la voce di Daltrey: “Sally take my hand, we’ll travel south coastland.”

Non avevo mai provato niente del genere prima, e i versi finali anticipati dalla chitarra di Townshend credo siano tra i più iconici della storia del rock: “Teenage wasteland, it’s only teenage wasteland. Teenage wasteland oh yeah. Teenage wasteland. They’re all wasted.”
La canzone si chiude con una coda strumentale, e anche questa volta riesce a superare l’esame.
Perché in molte canzoni la parte finale, se solo strumentale può risultare superflua o tirata per le lunghe, e molte volte ti porta a passare alla traccia successiva. In Baba O’Riley questo non succede.
La parte finale al violino è magistrale e offre la chiusura migliore che si potesse desiderare.
Alla fine dell’ascolto mi ritrovai con gli occhi spalancati, interdetto.
E pensai, questa volta con assoluta convinzione: “E’ davvero la canzone più bella che abbia mai ascoltato.”

Il resto del cd si mantenne su livelli molto alti con canzoni come Positively 4th street di Bob Dylan, Black magic woman di Santana, Rocket man di Elton John, Brown eyed girl di Van Morrison, Me and Bobby McGee di Janis Joplin, Passenger di Iggy Pop, God only knows dei Beach Boys, Sunshine Superman di Donovan, Long train running dei Dobbie Brothers, The Mamas and the Papas con California dreamin’, Tempted cantata dai Squeeze (un po’ fuori luogo rispetto alle altre canzoni, ma trovo sia stata un’ottima scelta inserirla) e per concludere una versione stupenda di Let it be cantata da Aretha Franklin.

Da quel giorno la mia percezione sulla musica non fu più la stessa.
Quel sole primaverile che scorgevo tra gli alberi in fiore sembrava assumere una luce ancora più limpida, perché ero a conoscenza di qualcosa che mi aveva cambiato la vita.

Solo una canzone, potrete pensare. Ma a me è bastata per ritrovarmi qui dopo quattordici anni a pensare a quel momento con immenso affetto e nostalgia che rientra tra i più bei ricordi della mia vita.
Solo una canzone, e intanto la mia vita era cambiata.

canzoni in rock
La copertina del cd Canzoni in rock.
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