L’ASCENSORE

ascensore

Lo studio legale Grasso & Seregni aveva uffici nel più grande grattacielo della città, che contava cinquanta piani. Gli uffici erano eleganti ma non troppo pomposi, e come era giusto, occupavano gli ultimi piani del palazzo. Quella mattina Selina, venticinquenne neolaureata in giurisprudenza, aveva un colloquio al trentasettesimo piano del palazzo. Doveva presentarsi alle nove, ma alle otto e mezzo era già davanti all’edificio. Passò un buon quarto d’ora ad ammirare l’imponenza di quel grattacielo, a partire dalle scalinate che conducevano all’ingresso, fino all’antenna in cima all’edificio che si ergeva maestosa verso il cielo.
Alle nove meno dieci varcò la soglia del palazzo e si diresse verso l’ascensore. Era circondata da giovani ambiziosi e cinquantenni affermati con completi costosi. Selina stava entrando timidamente in quel mondo, ma francamente faceva fatica a vedersi dall’altra parte della barricata. Le sue esperienze passate le avevano fatto perdere ogni speranza verso il futuro. Contratti a somministrazione, a chiamata, voucher, niente di certo, tutto precario. Voleva solo quello che in fondo vogliono tutti: una famiglia e un lavoro sicuro, con orari e certezze. Ma sembrava un traguardo irraggiungibile. Si sentiva come se il mondo non avesse bisogno di lei, nonostante fosse in buona compagnia. Si sentiva dimenticata.

Entrò nell’ascensore e fu impressionata dalla quantità di tasti sulla pulsantiera. Affascinata da tanta eleganza e sentendosi in soggezione nei confronti delle persone con le quali condivideva lo spazio interno dell’ascensore, si dimenticò di premere il pulsante numero trentasette.
Quando scesero tutti, guardò la pulsantiera e capì di trovarsi al quarantunesimo piano. Mentre stava per premere il pulsante entrò un uomo sulla sessantina. Capelli bianchi, barba bianca curata, un buon profumo, corporatura robusta e la pancia di chi ama la buona cucina e soprattutto che può permettersela. Rivolse a Selina un sorriso affabile, quasi paterno, ma allo stesso tempo sembrava stupito che una ragazza così giovane si trovasse a un piano così alto; o almeno questa era l’impressione che ebbe Selina.
“A che piano, signorina?” aveva una voce morbida ma decisa. Molto rassicurante.
“A dire il vero dovevo scendere al trentasettesimo, ma mi sono distratta.”
“Poco male, rimediamo subito” disse l’uomo mentre col dito si apprestava a premere il pulsante trentasette. “Io devo andare all’ultimo piano.”
“Oh no non importa” lo interruppe Selina “Vada prima lei, io sono in anticipo, posso aspettare.”
L’uomo bloccò la mano, si volse verso la pulsantiera e schiacciò l’ultimo pulsante.
“Così può dire di essere stata ai piani alti” disse l’uomo sorridendo.
Selina sorrise, e il rossore sul suo giovane volto non riuscì a mascherare un lieve imbarazzo.
“Per oggi mi sento già fortunata a sostenere un colloquio. Poi chissà.”
“Non temere” la rassicurò l’uomo, “Sei giovane e carina, e hai tutta la vita davanti. Entusiasmo e dedizione pagano sempre, credimi. Te lo dice un vecchio dinosauro che arrivò qui trentacinque anni fa vestito solo delle proprie speranze.”
“Quello che ti auguro” continuò l’uomo separandosi lievemente dal suo sorriso “è di non finire mai qui sotto” e col dito indicò il pulsante che si trovava sotto il meno uno. Un pulsante insolitamente anonimo, senza alcun segno.
“Che cosa c’è li sotto?” chiese Selina incuriosita.
L’uomo rimase qualche secondo in silenzio, sembrava indeciso se condividere quell’informazione con la ragazza. Forse si era spinto troppo in là, ad ogni modo fece un segno con la mano, come se stesse cacciando una mosca e disse “Oh, niente di che. Non ci va mai nessuno. È un posto per i dimenticati.”
Sul volto dell’uomo tornò quel sorriso rassicurante, ma Selina che era facilmente impressionabile, stava iniziando a farsi delle fantasie su quel piano fantasma, così l’aveva già soprannominato.
Arrivarono al cinquantesimo piano e l’uomo si congedò: “Buona giornata ragazza, e in bocca al lupo.”
“Crepi” rispose canonicamente Selina, “e buona giornata anche a lei.”
Questa volta si ricordò di schiacciare il pulsante. L’ascensore cominciò la sua discesa.
L’ansia si faceva sempre più largo, il battito accelerava irrefrenabile.
Sentiva il vuoto provocato dal movimento verticale dell’ascensore, ma per Selina si trattava di eccessiva agitazione. Tenne sotto controllo il respiro e chiuse gli occhi per qualche secondo.
L’ascensore continuava la sua discesa.
Guardò la pulsantiera. Nessun pulsante era illuminato.
Dal cinquanta al trentasette sono tredici piani, pensò Selina. Quanto diavolo ci mette ad arrivare? Mi sembra che la discesa sia abbastanza sostenuta, stava considerando.
Guardò l’orologio, ormai era passato più di un minuto da quando quel signore gentile era sceso al suo piano. Un minuto dentro un ascensore non scorre come quando sei fuori.
Si destò in lei uno strano sentimento che le coinvolgeva lo stomaco e la gabbia toracica.
Guardò nuovamente la pulsantiera e come un abbagliante in piena notte si accese il pulsante meno uno.
“Oh no” esclamò a voce alta Selina. “Come diavolo è possibile?”
Premette di nuovo il pulsante trentasette ma il meno uno restò acceso. Eppure l’ascensore continuava a scendere.
Si guardò intorno, poi cercò uno spiraglio nel punto in cui le due porte dell’ascensore si incontravano. Buio. E un lieve sbuffo di aria gelida.
Il pulsante meno uno si spense, ma Selina non ebbe nemmeno il tempo di rincuorarsi che ad accendersi subito dopo fu il pulsante successivo; quello che corrispondeva al piano che poco prima aveva ribattezzato Piano fantasma.
Selina avvertì freddo. Desiderava vedersi aprire quelle porte più di ogni altra cosa.
Tentò di non ascoltare i suoi pensieri alla ricerca di qualche rumore dall’esterno.
Sentì solo il motore dell’ascensore, una specie di ululato molto contenuto, sicuramente le pareti erano ben insonorizzate.
Ma questo voleva pur dire che l’ascensore continuava a scendere. Il pulsante del piano fantasma era ancora illuminato.
Ora Selina era davvero in preda a un primo stadio di terrore.
Pigiò il tasto allarme ma non emise alcun suono. Magari è percepibile solo all’esterno, pensò.
Ma si rendeva conto che stava solo cercando di consolarsi, che non era davvero un’ipotesi attendibile. Finalmente l’ululato cessò. L’ascensore sembrava essersi fermato.
Il tasto anonimo era ancora acceso.
Nel momento in cui Selina stava per battere due colpi alle porte dell’ascensore, come il piano premeditato di un destino avverso, la luce si spense.
Selina emise un lieve gridolino. Quasi comico se vogliamo, ma lei non era per niente divertita.
Era sinceramente terrorizzata.
“A..aiuto” sussurrò con voce singhiozzante e timida, poi prese fiato, si raddrizzò con la schiena e gridò a gran voce “Aiuto”.
Quel silenzio le risuonava nei timpani. Era sgomenta al fatto di non sentire alcun rumore nonostante la frenesia che imperava in quel palazzo. Sembrava che quell’ascensore l’avesse portata in un altro luogo. Un luogo dove nessuno poteva sentirla (l’allarme non suonava) né vederla (era sola e in più al buio). Un luogo dove ci si sentiva dimenticati.
Poi qualcosa successe. Qualcosa ruppe quel silenzio gelido.
Le porte dell’ascensore si aprirono; Selina non lo vide fisicamente ma avvertì il cigolio meccanico dello scorrimento e uno sbuffo di aria gelida su tutto il suo corpo.
Non fece in tempo a rincuorarsi di questo avvenimento che dovette constatare un altro fatto poco consolatorio: Fuori era completamente buio.
Stando alle circostanze, la vista si rivelò un senso non indispensabile, ma tatto e olfatto potevano tornare utili, quindi Selina si fece strada con le mani ma toccò solo aria. Per quanto riguarda l’odore invece, non sapeva immaginare dove potesse trovarsi, ma l’aria che si muoveva portò alle sue narici un aroma non proprio disgustoso, ma che non riconduceva a niente di buono.
Un odore simile l’aveva sentito in un’occasione, non ricordava esattamente quale, ma ricordava bene la polvere e il chiuso che accompagnavano quel ricordo. E forse, se la memoria non stava giocando brutti scherzi, qualche topo.
Si chinò e con una mano tastò il terreno. Polvere e cemento sdrucciolevole.
“Dove diavolo mi trovo?” esclamò Selina prima di lasciarsi andare a una sincera e disperata richiesta di aiuto: “Qualcuno mi sente? Aiutatemi” stava urlando ma in fondo sapeva che nessuno la stava sentendo.
Provò un sentimento che dopotutto conosceva bene. L’angoscia di non sapere come venirne fuori. Il timore di non farcela. La paura che quell’ascensore non sarebbe più ripartito, figurarsi quindi raggiungere l’ultimo piano. O anche solo il terzultimo.
No, lei sarebbe rimasta lì insieme alle sue paure e alle sue grida che sarebbero rimaste tra quelle mura (anche se Selina non le vedeva) e che poi sarebbero tornate al mittente.
Fece qualche passo indietro, convenne che forse era meglio tornare nell’ascensore casomai fosse ripartito, o anche solo par avere una parete sulla quale appoggiare la schiena.
Forse era un’illusione ottica, ma vide come un lieve chiarore. Le parve di scorgere la parte interna dell’ascensore. Fu lì che si diresse, ma un rumore ruppe il silenzio. Come l’abbandono da parte di un’ultima esile possibilità, le porte si richiusero.
“NO” gridò Selina, e si ritrovo con le mani sulle porte dell’ascensore, come un gatto che strofina le unghie su una tenda.
“Oddio, no, no, no”. Non sapeva più cosa fare, farsi strada solo con le mani sulle pareti era un’idea che la terrorizzava quasi più del fatto di trovarsi lì al buio. Non sapere dove stesse mettendo le mani le metteva addosso un’ansia che l’avrebbe condotta a un attacco di panico.
Guardò avanti a sé. Qualcosa comparve.
Era come una luce lontana. Rossa.
Guardò meglio, erano due lucine rosse. In verticale, a una distanza di una manciata di centimetri l’una dall’altra. Come… due occhi.
Quasi impercettibilmente, stavano diventando sempre più grandi, e mentre quelle due luci (occhi) aumentavano di grandezza si udì un rumore torvo. Erano dei passi.
Qualcuno o qualcosa stava camminando verso Selina. Lei vide solo i due occhi che diventavano sempre più grandi e vicini e il rumore dei passi di qualcuno (qualcosa) che le stava correndo incontro.
Gli occhi si ingrandivano sempre di più, erano ormai molto vicini, Selina stava urlando con la speranza molto lontana che le porte dell’ascensore si aprissero.
Attorno ai due occhi rossi prese forma una sagoma nera. Accadde tutto nel giro di pochi secondi, e lei non seppe associare quella forma a un qualcosa di ben definito.
Mentre continuava a gridare, sotto gli occhi rossi vide come qualcosa che si allargava, e un alito caldo e disgustoso accompagnato da un rumore che sembrava provenire da una caverna.
Quando il terrore che sentiva dentro di sé pareva aver raggiunto vette mai esplorate prima, le porte dell’ascensore alle sue spalle si riaprirono inghiottendola, e poi altrettanto repentinamente si richiusero lasciando fuori quella cosa.
L’ultima cosa che ricordava Selina erano le sue grida. Poi ogni cosa smise di accadere.
Svenne.

Si svegliò. Aprì debolmente gli occhi. Attorno era tutto sfocato. Era sdraiata ma si stava muovendo in orizzontale. Era su un qualcosa con le rotelle. Una lettiga.
Sopra di lei distinse delle figure che man mano assumevano più nitidezza. Voci confuse e lontane sembravano dire “Andrà tutto bene.”
Poi la lettiga si fermò. Attorno sempre quelle figure. Tre ragazzi giovani, robusti e una donna sui trentacinque. Le sorridevano.
Perché ci siamo fermati? Pensò Selina. Poi ai suoi piedi vide qualcosa chiudersi. Le porte di un ascensore.
Il motore risuonava nella sua testa più rumoroso di quello dell’edificio dello studio legale.
Volse lo sguardo alla sua destra e le apparve, seppur sfocata, la pulsantiera.
A illuminarsi fu il tasto meno uno.
Guardò gli infermieri sopra di lei e qualcosa nei loro volti mutò. Gli occhi erano rossi e le voci sempre più lontane e soffocate.
Chiuse gli occhi e non vide più niente.

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