fiammella

Se ho imparato qualcosa nella vita, è che bisogna credere in se stessi anche se nessun altro lo fa.
Sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di monaco, per impedirle di spegnersi.
(Kent Haruf)

Ho letto queste parole mentre ero in libreria e avevo tra le mani Crepuscolo, opera di Kent Haruf, terzo capitolo della Trilogia della pianura insieme a Benedizione e Canto della pianura.
La passione per la scrittura talvolta può essere frustrante, ma credo non ci sia niente di più bello e liberatorio; ma come dice Haruf bisogna alimentarla.

Dopo aver letto queste parole qualcosa in me si è acceso.
Avevo come l’impressione che l’autore stesse parlando proprio con me, che abbia voluto scuotermi dalla routine quotidiana per dirmi “Allora ti vuoi dare una mossa?”
Perché anch’io come Haruf sento di avere dentro qualcosa, una fiammella appunto.
Certo, non un grande talento, non chissà quale abilità letteraria, ma un’urgenza.
L’urgenza di scrivere quello che penso, quello che provo, le storie senza capo né coda che mi vengono in mente ma che mi fanno stare bene quando le scrivo.
Spesso mi capita di provare vergogna per quello che ho scritto, quando mi capita di rileggerlo dopo un po’ di tempo, ma molte altre volte sono soddisfatto.
È una fiammella che va alimentata perché se stai fermo troppo tempo le parole vengono fuori a singhiozzo e fai sempre più fatica a trovare quelle giuste.
È liberatorio, è creativo, è qualcosa che nessun altro può fare alla stessa maniera, in meglio o in peggio che sia; ma come dicevo prima è anche estremamente frustrante.

Una sera ne parlavo con un mio amico: mi lamentavo del fatto di avere questa passione.
Gli dissi Diavolo, con tutte le passioni e gli hobby che ci sono proprio questa dovevo ritrovarmi? Qualcosa che difficilmente si trasformerà in un’attività remunerativa? Non potevo avere la passione del legno o, che ne so, dell’idraulica, così avrei trovato facilmente un lavoro che mi consentiva di fare ciò che mi piace?
Non ti rendi conto della fortuna che hai, mi ha risposto lui.
Uno che sa lavorare il legno quanto tempo ci mette a costruire un mobile? Giorni o anche settimane;
tu invece puoi scrivere quello che vuoi in qualsiasi momento della giornata, basta impuntarsi e dedicare qualche minuto, o meglio qualche ora, tutti i giorni.
Per quanto uno possa essere impegnato può sempre trovare qualche minuto per scrivere qualcosa, che sia al computer, su un taccuino, oppure su un fazzoletto.
E che io sia dannato se non ha ragione.

Sono convinto che un buon scrittore debba innanzitutto essere sincero con se stesso.
Non voler essere come qualcun altro, o scrivere come quelli che sembra vogliano impressionare un ipotetico professore con tanti paroloni ma pochi contenuti (quanto li odio quelli).
Grazie ai social molti hanno ritrovato il piacere di scrivere e condividere i propri pensieri, anche se nella maggior parte si tratta di pensieri spiccioli e superflui (e imbarazzanti), e questo si ripercuote su certi giovani autori; ciò che pubblicano sembra un’accozzaglia di post che trovi su Facebook con quel modo imbarazzante di scrivere quei pensieri in maniera tutta uguale.
Quelli più interessanti sono quelli che riescono a trovare la propria dimensione, consapevoli dei loro limiti, e non vogliono cercare la condivisione facile.

Il mio problema è che a volte non ho la testardaggine di impormi, e spreco dei momenti che possono essere buoni per scrivere qualcosa di interessante.
A volte, preso dallo sconforto, penso sia una passione che non mi porterà da nessuna parte, se non scrivere qualche breve articolo per questo blog.
Ma tutto sommato mi piace pensare che se fin da quando ero bambino non vedevo l’ora di fare i temi per scatenare la mia fantasia, se in un istituto tecnico ero uno dei pochissimi ad avere nove in italiano grazie ai temi, se ogni qualvolta mi capiti l’occasione di descrivere una situazione riempio due pagine per il solo piacere della scrittura, beh… allora un motivo ci sarà.

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