High hopes – Speranze o delusioni?

high hopes

Siamo ormai giunti all’ultimo album di inediti (per ora) di Bruce Springsteen. Uscito il 14 gennaio 2014, a meno di due anni di distanza da Wrecking ball, il disco porta il titolo di High hopes, e si tratta dell’operazione discografica più anomala del boss.

Questo perché l’album contiene 3 cover, 3 pezzi già noti (di cui uno addirittura diede il titolo a un album) e il resto è composto da canzoni incise negli ultimi 15 anni che, per un motivo o per l’altro, non trovarono posto negli album inediti, e in alcuni casi il motivo possiamo capirlo da noi.

Quando ascoltai l’album la prima volta gridai subito al capolavoro, come mi succede quasi tutte le volte che ascolto un nuovo lavoro di Bruce, e ricordo che in quel periodo pubblicai una recensione su un sito che iniziava così “Il 2014 è appena iniziato e ho già tra le mani il miglior album rock dell’anno”.
Troppo entusiasmo? Sicuramente sì. Ma ora mi accorgo che col senno di poi qualcosa è cambiato: High hopes non mi entusiasma più come prima. Lo trovo divertente, questo sì. Un ottimo tappabuchi, ma essenzialmente è qualcosa che nulla toglie e soprattutto nulla aggiunge alla carriera di Springsteen.

Partiamo dalle 3 cover: High hopes è una canzone misconosciuta degli Havalinas, che Bruce aveva già inciso durante la reunion della E Street Band nel 1995. Questa nuova versione è molto meno grezza grazie alla sezione fiati, che rappresentano una novità insieme a quella che è la vera musa ispiratrice di questo album: Tom Morello. Il chitarrista dei Rage Against The Machine aveva già suonato in due canzoni di Wrecking ball e qui viene accreditato in 8 tracce su 12, e di sicuro dona nuova linfa ai pezzi rendendoli molto più interessanti.

La seconda cover è la traccia numero 4 e si intitola Just like fire would, dei The Saints.
A mio avviso è l’episodio più convincente dell’album, e quando questo onore spetta a una cover capiamo che qualcosa è andato per il verso storto. È stata comunque una grande idea prendere la canzone del gruppo australiano e trasformarla in una ballata in puro stile E Street Band. E si tratta secondo me di una delle canzoni più radiofoniche mai incise da Springsteen.

Terza cover è Dream baby dream, dei Suicide. Con questa canzone Bruce chiudeva sempre il tour acustico legato a Devils & dust, e il video di questa canzone è stato mostrato in anteprima accompagnato da un video in cui protagonisti sono i migliaia di fan del boss che da anni lo seguono sempre in tour. Senza quelle immagini la canzone perde di pathos, e a me francamente non piace molto e con tutte le grandi cover che Bruce ha eseguito per anni nei suoi concerti (Who’ll stop the rain, Shout, Summertime blues, Travelin’ band) mi chiedo come mai abbia scelto proprio questa che non è tra le migliori.

Veniamo ora alle canzoni già note: American skin (41 shots) è una delle canzoni più importanti di Bruce, già presente in versione live nel Live in NYC. A dire il vero circolava in rete una versione in studio ma mai ufficializzata. Questa versione è diversa, alle chitarre si è aggiunto Tom Morello che nel finale si intreccia al sax del mai dimenticato Big Man. Questa versione in studio, a differenza dello stravolgimento effettuato con Land of hope and dreams su Wrecking ball, rimane fedele all’originale e devo dire che si tratta di un episodio riuscito. Dopotutto si tratta di una grande canzone, forse un po’ più convenzionale rispetto alla versione live ma comunque riuscita.

The ghost of Tom Joad è la canzone che diede il titolo all’album acustico del 1995. Acustica e sussurrata la versione originale, dura e arrabbiata è questa nuova versione. Alla fine si sente un lungo assolo di chitarra da parte di Morello che dà quasi un sapore progressive alla canzone, ed è una delle cose più esaltanti di questo album. È sempre una curiosità che viene colmata quella di sentire canzoni acustiche di Bruce re-incise in versione rock. E questa nuova versione funziona.

The wall è una canzone scritta insieme all’amico Joe Grushecky che Bruce ha eseguito nei concerti solo 5 volte. Il muro del titolo è un monumento dedicato ai veterani della guerra in Vietnam. Bruce descrive la morte di un soldato senza alcuna retorica ma cantando il tutto con sensibilità e senza alcun intento nazionalista. In coda alla canzone possiamo sentire la tastiera di Danny Federici, storico tastierista scomparso nel 2008.

E ora le canzoni nuove: Harry’s place non ha niente a che vedere con Mary’s place, se non che è anch’essa del periodo The rising. La canzone parla di un gangster, e l’atmosfera fa pensare ai romanzi di Elmore Leonard. Il ritmo è incalzante e nonostante sia stata registrata con la E Street Band non si nota molto. Anzi, sembra un episodio riuscito di Human touch piuttosto che un’outtake di The rising. La canzone mi ha sempre convinto per via di quell’impasto tra synth e basso che si amalgama con la chitarra di Morello e il sax di Clemons. Altra outtake di The rising è Down in the hole, lasciata fuori perché probabilmente simile e Nothing man anche se molto meno bella e toccante. Ci vuole qualche ascolto per apprezzarla, tuttavia si tratta di un episodio trascurabile. Heaven’s wall è il trionfo dell’outtake. Paladina dello scarto. Un inno al riempitivo. È una canzone pensata apposta per essere piazzata a metà concerto con quel “Raise your hands” ripetuta all’infinito. Probabilmente una canzone del genere non avrebbe trovato posto neppure su Tracks, che già conteneva 66 outtakes. Con una produzione migliore avrebbe potuto essere una nuova Waiting on a sunny day in quanto scanzonatezza e divertimento, ma qualcosa non funziona.

Frankie fell in love ci restituisce un Bruce ringiovanito di trent’anni in quanto carica vocale. Sembra di sentire un’outtake del periodo BITUSA o The river, in cui il nostro racconta l’amore e la giovinezza il tutto arricchito da un’improbabile conversazione tra Einstein e Shakespeare. Purtroppo la durata e breve e si sente un sottile olezzo di scarto, ma va bene così. dopotutto è pur sempre un’outtake.

This is your sword è un episodio un po’ anomalo. Prima di Wrecking ball Bruce pensava ad un album gospel che poi ha cestinato. Questa canzone appartiene a quelle sessioni e il ritmo celtico ricorda molto da vicino alcuni episodi di WB. A me questo stile piace molto, ma guardando il tutto con occhio critico non so se giudicarlo un episodio kitsch o un buon riempitivo che propone qualcosa di diverso. La musica è trascinante mentre il testo si sente che è stato scritto in pochi minuti.

Hunter of invisible game è, a detta del produttore Ron Aniello, una delle cose più grandiose scritte da Bruce negli ultimi anni. E mi trova d’accordo. Una splendida ballata acustica con un testo mistico. Davvero suggestiva.

Piccolo aneddoto: nel precedente articolo raccontavo di come Wrecking ball sia diventata la title track di un album quando durante la prima esecuzione in America nel 2009 credevo che non avrei mai ascoltato quella canzone in Italia. È successa più o meno la stessa cosa con Just like fire would. Nel WB tour Bruce propose questa cover e io ascoltandola pensai che sarebbe stata una figata sentirla dal vivo anche in Italia. Ma mi sembrava un qualcosa troppo legato agli USA, un episodio che non avrebbe avuto un seguito, quindi mi sono limitato a guardare e riguardare il video su youtube. Qualche mese dopo, sorpresa: la canzone apparirà in una versione in studio sul nuovo album.

High hopes possiamo quindi considerarlo principalmente un riempitivo. Un pretesto per continuare il tour all over the world, e un’occasione per sentire qualche canzone nuova del boss e qualche rivisitazione.
Niente di eclatante ma neanche così osceno. Se non altro la produzione, quella funziona benissimo. E quindi sarà molto piacevole ascoltare un album di Springsteen con un suono fresco, pulito e non sciagurato come alcune ottime canzoni mal prodotte.

Questo dovrebbe essere l’ultimo articolo settimanale del mio percorso sulla discografia di Bruce Springsteen, in attesa di un nuovo album di inediti.
E invece… ho in serbo una piccola sorpresa per voi: settimana prossima vi proporrò la recensione di
THE TIES THAT BIND: THE RIVER COLLECTION, il cofanetto uscito lo scorso dicembre per celebrare il doppio album The river. Questo sfugge un po’ alla logica del mio percorso ma voglio fare questo strappo alla regola e quindi… ci vediamo settimana prossima.

tracklist:

  1. High hopes
  2. Harry’s place
  3. American skin (41 shots)
  4. Just like fire would
  5. Down in the hole
  6. Heaven’s wall
  7. Frankie fell in love
  8. This is your sword
  9. Hunter of invisible game
  10. The ghost of Tom Joad
  11. The wall
  12. Dream baby dream

 

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