Wrecking ball -demolire per ricostruire

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Quella di Wrecking ball è una bella storia, di quelle con il lieto fine. Tutto ebbe inizio nel settembre del 2009 quando Bruce Springsteen, terminato il tour europeo, riprese a suonare negli Stati Uniti e in modo particolare al Giants stadium che di lì a poco sarebbe stato demolito. E proprio per rendere omaggio allo stadio propose una canzone inedita dal titolo Wrecking ball. Io quando ascoltai la canzone su youtube subito mi esaltai: dopo le atmosfere pop di Working on a dream, questa nuova canzone era una bella botta e dentro di me pensavo: “Peccato che non ascolterò mai dal vivo questa canzone pensando si trattasse di un episodio che non avrebbe avuto sviluppi futuri. E invece, tre anni dopo, non solo Bruce deciderà di inserire una versione in studio della canzone nel suo nuovo album, ma addirittura intitolerà così l’album.

E così nel marzo del 2012 mi ritrovo tra le mani Wrecking ball, sedicesimo album di inediti del boss, preceduto dal singolo We take care of our own, un atto d’accusa verso gli americani che sanno prendersi cura solo di sé stessi e non pensare più agli altri. Un bel passo avanti rispetto a Working on a dream, che ci mostra uno Springsteen seriamente incazzato con coloro che si sono arricchiti portando alla rovina il suo paese. Il boss non usa mezzi termini, prendendosela con “Quegli avidi ladri che si sono presi tutto quello che potevano” come canta in Death to my hometown, canzone dall’andamento celtico in cui il boss si chiede com’è possibile che senza spari, senza bombe, senza dittatori siano riusciti a portare la morte nella sua città?

E sempre nella bellissima Shackled and drawn, che sembra una ballata per schiavi dell’ottocento, ci offre l’immagine degli “scommettitori che lanciano i dadi mentre il povero paga il conto, mentre sulla collina dei banchieri i festeggiamenti vanno alla grande”. Liricamente Springsteen è in gran forma, mentre musicalmente non si è voluto esagerare, usando il minimo indispensabile facendo così capire che ciò che conta davvero sono le canzoni, e se le canzoni hanno un’ossatura potente non saranno certo degli arrangiamenti elaborati a renderle più valide. E infatti è cambiato il produttore: non più Brendan O’Brien in cabina di regia, ma Ron Aniello, che sembra aver capito l’anima di queste nuove canzoni, e così il disco percorre una strada che vira verso il folk. C’è infatti poco rock elettrico e molto folk, ed è per questo che alle mie orecchie Wrecking ball è sembrato come una versione di “We shall overcome: The Seeger sessions” con materiale inedito. Un’altra novità dell’album è Tom Morello, che suona la chitarra in due canzoni: Jack of all trades e This depression. La prima racconta di un uomo in grado di fare tutto e che promette alla sua donna che se la caveranno nonostante “il banchiere si ingrassa e il lavoratore dimagrisce” e rincara la dose dicendo che “Se avessi una pistola, troverei quei bastardi e gli sparerei a vista”. Non abbiamo mai sentito un Bruce così arrabbiato, nonostante proponga la solita galleria di personaggi, ma questa volta l’ordinary Joe rischia di diventare un killer sociale, come in Easy money, in cui il protagonista vestito a festa è pronto per andare con la sua donna in città, portandosi dietro una Smith & Wesson. Non c’è quindi molta differenza tra un rapinatore del Far west e un banchiere di Wall Street.

La seconda metà dell’album inizia con “You’ve got it” che con quell’andamento che ricorda alcune outtake del periodo Born in the Usa può sembrare la canzone più innocua e leggera dell’album e invece è quella che cerca di offrire la soluzione. Inizia con la chitarra acustica per poi esplodere con una sezione fiati da brivido. La sezione fiati dà il meglio di sé anche nella title track, canzone che già conoscevamo nella versione live ma che in studio non è niente male. La struttura è un po’ anomala perché al posto del ritornello sentiamo la sezione fiati esplodere dopo il “One two, one two three four” di Bruce.

Come nei migliori album, troviamo la canzone che ci spiazza e in questo caso è Rocky ground. Un loop elettronico interrotto da una voce femminile e una parte inaspettatamente rap, e che si conclude come un gospel. Davvero un gran bel colpo. Dopo Rocky ground troviamo un’altra canzone non inedita ed è Land of hope and dreams. Questa versione è stata spogliata dall’epicità che possedeva la versione live e presenta un andamento più folk. Sempre bellissima, e quando arriva il sax di Big man sale la pelle d’oca.

A chiudere l’album troviamo la bellissima We are alive e racconta di un immaginario cimitero in cui di notte le anime prendono vita per continuare le loro battaglie morali. Una canzone stupenda, ma come avrete capito dalle mie parole, non c’è una canzone brutta in tutto l’album e nemmeno un riempitivo. Sono tutte canzoni potenti che ci restituiscono uno Springsteen in stato di grazia in vista del primo tour senza Clarence Clemons che lo porterà in giro per il mondo per ben due anni.

La versione deluxe contiene due bonus track. Swallowed up (in the belly of the whale) canzone suggestiva molto affascinante musicalmente, e la già nota American land, qui nella versione in studio che, se possibile, è ancora più bella di quella live.

Wrecking ball era l’album di Bruce di cui avevo bisogno. Una raccolta di canzoni che hanno tanto da dire e che soprattutto hanno un’ottima resa nei live, e infatti il nostro sembra essersene accorto, poiché a differenza di quanto successo con Magic e Working on a dream, le scalette dei concerti prevedevano sempre 7-8 canzoni tratte dall’album.

 

Vi propongo di seguito la tracklist e vi do appuntamento a settimana prossima con High hopes.

  1. We take care of our own
  2. Easy money
  3. Shackled and drawn
  4. Jack of all trades
  5. Death to my hometown
  6. This depression
  7. Wrecking ball
  8. You’ve got it
  9. Rocky ground
  10. Land of hope and dreams
  11. We are alive
  12. Swallowed up (In the belly of the whale) (Bonus track)
  13. American land (Bonus track)
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