Magic – l’America (poco magica) ai tempi di Bush

magic

I primi dieci anni del nuovo millennio vedono uno Springsteen decisamente prolifico; 4 album di inediti, due live, un album di cover e una raccolta. Io mi sono appassionato a Bruce nei primi anni del 2000 e immagino quanto debba essere stato difficile essere un fan negli anni ’90, senza album con la E Street Band (ad eccezione del mega cofanetto Tracks) due album considerati mediocri e un album acustico acclamato come capolavoro ma più letterario che musicale. In questo nuovo decennio

i fan del boss possono ritenersi più che soddisfatti, anche se da qui in poi inizierà quel periodo in cui le versioni in studio delle canzoni sono migliori delle versioni live, mentre finora era stato quasi l’opposto; e in effetti su quattro album pubblicati solamente 3-4 canzoni diventeranno presenza fissa nei concerti, e gran parte di queste canzoni è contenuta in The rising. L’album di cui scrivo oggi dal titolo Magic, uscito nel settembre 2007 pare non abbia lasciato una grande impronta nella dimensione live, nonostante inizialmente sembrava prestarsi a questo scopo. Nonostante questo trovo che Magic sia un grande album. Non possiede l’urgenza comunicativa di The rising ma la rabbia scaturita dalla presidenza Bush Jr. giunto quasi a fine mandato, si sente tutta.

A differenza di The rising qui la E Street band si sente al completo. Il primo singolo Radio nowhere fece salire la febbre grazie al rock tirato come da tempo non si sentiva (forse da Murder inc.) il ritorno del sax di Clarence “Big man” Clemons, puntuale ma capace sempre di regalare un colpo al cuore, e le chitarre graffianti. Il resto dell’album però vira pericolosamente verso il pop, regalando comunque risultati pregevoli: tra questi il capolavoro pop di Bruce, Girls in their summer clothes. Potrei scrivere un’intera pagina su questa canzone. Avete presente quella sensazione di magia che si prova quando ascolti una canzone, che di colpo ti fa venire voglia di scriverne una tutta tua? Ecco, è quello che ho provato io.

L’arrangiamento ricorda quello dei migliori Beach boys e il testo mostra uno Springsteen in grande forma nonostante la canzone sia un collage di immagini e sensazioni e non una storia vera e propria.

L’unica pecca è che questo tipo di arrangiamento è praticamente impossibile da riprodurre dal vivo, e la voce di Bruce che si destreggia da coroner come Roy Orbison è un effetto ottenuto da un bel lavoro di produzione, e infatti la versione live sarà piuttosto scialba.

Ad ogni modo questa più che una canzone si può definire una vera e propria sensazione, uno dei punti più alti dell’album. Altro episodio che si rifà al pop sixties è Your own worst enemy, che tenta di offrire uno spaccato della società americana di questi ultimi anni, in cui la paura di ciò che c’è oltre il proprio orto è più forte che mai.

Invece gli episodi che regaleranno un sorriso ai fan di vecchia data sono sicuramente Livin’ in the future e I’ll work for your love. Entrambe sembrano outtake di The river, specialmente la seconda per il suo ritmo vivace, romantico e spontaneo. Purtroppo anche questa non riuscirà a trovare un vestito adatto nei live, ed è un gran peccato perché gli ingredienti c’erano tutti. La prima invece vede il sax grande protagonista accompagnare tutta la canzone che, nonostante il ritmo frizzante e allegro, nasconde un testo amaro e poco consolatorio. Fu un buon momento dal vivo per tutto il Magic tour, salvo poi sparire per sempre.

Altra canzone che richiama lo Springsteen dei tempi passati è senza dubbio Gypsy biker. Sembra una canzone scritta per Nebraska ma eseguita full band. Inizia con una chitarra acustica e armonica per poi esplodere con le chitarre elettriche. Anche questa uno degli episodi migliori dell’album, sia dal punto di vista lirico che musicale.

Nonostante il titolo dell’album lo porti una canzone, in cui il titolo non viene mai menzionato, la canzone simbolo di Magic è un’altra: Long walk home. Qui Springsteen riesce a scrivere un romanzo con poche parole, chiedendosi cosa possa essere andato storto sotto quel cielo stellato, in quella comunità di persone che credeva negli stessi valori, ricordando gli insegnamenti paterni e senza perdere di vista quella bandiera che sventola sul palazzo di giustizia che porta significati scolpiti nella pietra.
Un momento davvero epico, capace casomai ce ne fosse bisogno, di innalzare Springsteen a unico vero paladino del rock targato U.s.a.

La title track invece risulta essere uno strano esperimento: inizialmente mi ero fatto diversi film su questa canzone. Un titolo del genere in un album con la E Street band me lo immaginavo carico ed esplosivo; niente di più sbagliato. La canzone è perlopiù acustica, accompagnata dal violino e percussioni. Inizialmente spiazzante ma poi pian piano viene a galla la grandezza di questa canzone.

A seguire Last to die, una potente rock song che però non trovo abbia l’arrangiamento adatto. L’avrei preferita più elettrica ma il violino messo così in evidenza toglie alla canzone la sua natura rock.

Una canzone che mi ha affascinato da subito è stata You’ll be comin’ down, un trionfo di produzione con un tappeto sixties a richiamare il wall of sound di Phil Spector e un maestoso assolo di sax che ricorda qualche vecchio pezzo dei Ronettes. Su cento date fu eseguita una sola volta dal vivo.

A chiudere l’album Devil’s arcade e la ghost track Terry’s song, parentesi acustica inserita all’ultimo dedicata all’assistente di Springsteen che venne a mancare in quei giorni.

Magic è uno di quegli album che si fa divorare dall’inizio alla fine, in grado di offrire lo Springsteen di sempre con qualche elemento in più. Non ci sono le sperimentazioni azzardate di alcuni episodi di The rising ma c’è tanta voglia di suonare con la band e proporre belle canzoni rock, che seppur fedeli al proprio sound riescono a non essere ripetitive.
Credo sia l’album che più di tutti ho fatto girare in macchina, anche nei numerosi viaggi fatti coi miei genitori in quel periodo che vanno pazzi per questo album.

Quando mi capita di salire in macchina con mio padre scopro che lo tiene ancora nella sua chiavetta e spesso lo mette su. Dovrei ricordargli che Bruce ha fatto molti altri album, ma finché si tratta di Magic va bene così.

Vi propongo di seguito la tracklist dell’album e vi do appuntamento a settimana prossima con Working on a dream.

 

  1. Radio nowhere
  2. You’ll be comin’ down
  3. Livin’ in the future
  4. Your own worst enemy
  5. Gypsy biker
  6. Girls in their summer clothes
  7. I’ll work for your love
  8. Magic
  9. Last to die
  10. Long walk home
  11. Devil’s arcade
  12. Terry’s song (ghost track)
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