Devils & Dust – la costola di Tom Joad

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…continua il nostro viaggio alla scoperta della discografia di Bruce Springsteen.
Oggi parliamo di Devils & Dust, uscito il 22 aprile 2005, ricordo perfettamente la data e ora vi spiegherò perché.

D&D è stato il primo album di Bruce che ho visto “nascere”; il primo di cui ho vissuto l’uscita da vero e proprio fan, perché tre anni prima con The rising non ero ancora immerso nel suo mondo, anche se sapevo della sua esistenza e la cosa mi interessava.
Quindi potete immaginare il livello di eccitazione che provai quando un paio di mesi prima, mentre stavo andando a scuola in metropolitana, leggendo uno di quei quotidiani che vengono dati in omaggio, vidi un articolo che mi fece strabuzzare gli occhi “Bruce Springsteen: nuovo album in arrivo”. Credo che quel giorno a scuola rimasi col sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.
Il 15 aprile di quell’anno feci 18 anni, e come tutti i novellini maggiorenni mi sentivo un po’ più figo (ma quante cose ancora non sapevo).
I miei genitori mi fecero trovare una busta con all’interno 20 euro e, a fare da prefazione alla lettere, c’era scritto “Questi sono per Bruce”.

La settimana dopo, col mio amico di sempre Andrea, che nel frattempo avevo contagiato con la boss-mania (lui si era innamorato di Bruce ascoltando Souls of the departed) andammo ad acquistare il cd ed eravamo talmente impazienti da uscire due ore prima da scuola saltando educazione fisica (ero maggiorenne ormai, prima giustificazione firmata), e così andammo alla Fnac di Via Torino, che fu protagonista di momenti indimenticabili.
Ricordo ancora quando presi in mano il cd, nuovo, pulito, mi sembrava brillare di una luce quasi divina.
Ovviamente si trattava dell’uscita più importante del momento, quindi gli era stato dedicato un bel po’ di spazio. Allora (sto parlando di soli 11 anni fa) su internet le notizie non correvano così veloci come adesso, e non avevo avuto la possibilità di ascoltare altri brani tratti dall’album, come invece succederà 4 anni dopo con Working on a dream. Quindi tutto ciò che conoscevo dell’album era la title track che già da qualche tempo girava in radio e, stando alle prime critiche, che si sarebbe trattato di un album dalle sonorità acustiche sulla falsariga di Nebraska e The ghost of Tom Joad. Due capolavori, ok però…
Però avremmo di sicuro preferito ascoltare un album full band, ma non importava; ero talmente eccitato che mi andava bene qualsiasi cosa, e quindi mi preparai psicologicamente ad ascoltare quelle 12 canzoni acustiche, sperando in cuor mio che avessero un po’ più di brio delle canzoni di The Ghost of Tom Joad.

A dire il vero qualche tempo prima ero riuscito a scaricare una canzone del nuovo album: una versione clandestina tratta da un qualche bootleg, si intitolava Long time comin’ e proveniva dal tour acustico del 1996. Solo voce e chitarra, ma immaginavo che la versione studio sarebbe stata un pochino più diversa, e la voce nel frattempo cambiata. Sì perché molte di queste nuove canzoni provenivano dal periodo di Tom Joad. Canzoni che il boss aveva composto durante i concerti, perché stando a quanto lui stesso ha affermato, la sera quando tornava in albergo era in buone condizioni di voce poiché non doveva sgolarsi accompagnando una band rock. E quindi alcune di quelle composizioni sono finite su questo album, tra cui Long time comin‘.

Quando andai in metropolitana trovai un posticino tutto per me in cui appartarmi e ascoltare l’album sul lettore cd. Aprire la custodia di plastica, sfilare il libretto dei testi stando attento a non rovinarlo, erano sensazioni bellissime. La prima traccia già la conoscevo, Devils & Dust fece molto parlare per via delle tematiche incentrate sul punto di vista di un soldato in guerra in Iraq, quanto mai attuale in quel periodo in cui George Bush Jr. risiedeva alla casa bianca, durante il suo secondo mandato. A nulla era valso il tentativo da parte di Bruce di partecipare al Vote for change tour a supporto di John Kerry, l’anno prima. La canzone mi aveva stupito perché, seppur acustica, aveva quel ritmo incalzante assente nelle composizioni del 1995. Sotto questo punto di vista credo abbia giovato la produzione di Brendan O’Brien, particolarmente bravo ad orchestrare i vari strumenti e dare il vestito giusto alle canzoni del boss, come già ottimamente dimostrato in The rising.
Il testo però non aveva la forza e la capacità evocativa delle canzoni di Tom Joad, ma era comunque efficace e fece discutere.

Arrivò il turno della seconda traccia: All the way home. Chiaramente mi sarei aspettato di sentire una chitarra, un’armonica o tutt’al più un piano. Invece quando ho sentito uno strumento elettrico ho spalancato gli occhi e mi sono guardato intorno, e un brivido mi percorse tutto il corpo.
Mai mi sarei aspettato una canzone così movimentata. Si tratta di un rock blues molto grezzo, con tanto di armonica distorta. Ero eccitatissimo.

La terza canzone Reno rimane fedele alle atmosfere acustiche, resa meno monotona dagli arpeggi di chitarra ben orchestrati. Grazie a questa canzone, per la prima volta un album di Springsteen ottenne il Parental advisory, ovvero il divieto ai minori, per via dei contenuti forti. Si parla di una prostituta e quindi viene usato un linguaggio molto forte con riferimenti espliciti al sesso anale.

La quarta canzone mi ha procurato la seconda scossa. È Long time comin‘ e anche se già la conoscevo riuscì comunque a stupirmi. Iniziava sempre con una chitarra acustica, ma qui mi sembrava molto più decisa e aggressiva. Sarà un fatto di “Loudness war” o altri aspetti tecnici di cui sinceramente so molto poco (L’espressione Loudness war, in italiano traducibile in Guerra del volume, si riferisce alla tendenza dell’industria musicale a registrare, produrre e diffondere musica, anno dopo anno, con livelli di volume progressivamente più alti, per creare un suono che superi in volume i concorrenti e le registrazioni dell’anno precedente).
E invece quando dopo la prima strofa parte la batteria mi è venuto un colpo al cuore. Diavolo, qui si che ci sarebbe stata da Dio la E Street Band. Poi quando durante il ritornello si fa accompagnare dai cori allora lì mi sono quasi commosso. È una canzone che ho amato fin da subito, e che amo tutt’ora, e non dimenticherò mai cosa provai la prima volta che l’ho ascoltata.

Black cowboys è un’altra grande canzone. Testo delicato e toccante accompagnato da una musica mai troppo aggressiva, che però riesce a cullarti fino alla fine dell’ascolto. Chitarra, basso e fiati sono gli strumenti principali. Protagonista un ragazzo nero che sogna gli spazi immensi di un paese che anche la sa gente ha contribuito a colonizzare (i Black cowboys del titolo sono esistiti veramente, ma la loro è una storia dimenticata) e qui, più che mai, sentiamo l’influenza dei grandi film di John Ford. Le prateria, gli spazi aperti, tutti elementi presenti nella cinematografia del grande cineasta americano.

A seguire un’altra chicca: Maria’s bed, un’altra delle canzoni che fin da subito ho amato,e insieme a Long time comin‘ quella che ho preferito. Qui Bruce canta in maniera molto sottile, sfiorando quasi il falsetto. Sin dall’inizio veniamo introdotti in un’atmosfera da sud degli Stati Uniti, poi dopo un po’ ecco che parte la batteria e la canzone si fa più movimentata (ma allora dai, non è un album acustico).

Con Silver Palomino l’atmosfera si fa più contenuta. Non uno dei momenti migliori dell’album ma comunque piacevole. Jesus was an only son invece è un’altra perla. Una di quelle canzoni fatte per essere un episodio minore di una carriera immensa, che però riesce comunque a regalarti un brivido.
In questa canzone vengono ripercorsi gli ultimi istanti di vita di Gesù, evidenziando il lato umano e l’aspetto materno di Maria. Un bellissimo momento di dolcezza.

Leah è un altro episodio minore ma a differenza di altre canzoni che ti spingono a pigiare sul tasto di scorrimento traccia, si lascia ascoltare con molto piacere.
The hitter a livello di testo è sicuramente la più corposa e più riuscita canzone dell’album. Risale anch’essa al periodo di Tom Joad, e fu insieme a Long time coming eseguita durante quei concerti.
Musicalmente non offre molti balzi, essendo semplicemente accompagnata dalla chitarra con in sottofondo qualche arco. Ripercorre in maniera molto cruda e realistica le vicende di un pugile.

Con All i’m thinkin’ about torniamo a battere i piedi e il ritmo si alza un po’.
L’andamento spensierato richiama atmosfere sudiste come accade in Maria’s bed, e qui troviamo un’insolita voce in falsetto. Forse l’avrei preferita con un cantato normale, credo che avrebbe acquistato in spessore. Ad ogni modo è un episodio molto spensierato.

A chiudere Matamoros banks, la più noiosa dell’album, anche se ascoltata con la giusta atmosfera risulta comunque piacevole e col fatto che si trova in chiusura si lascia ascoltare senza problemi; se invece fosse stata a metà album molto probabilmente avrei mandato avanti.

Avrete certamente notato l’amore che provo verso questo album, che sicuramente non è una pietra miliare nella discografia del boss, ma io provo un gran valore affettivo nei suoi confronti, ma al di là di questo trovo che comunque la canzoni se la cavino piuttosto bene. Non ci sono capolavori assoluti, ma sono tutte canzoni orecchiabili e mai banali, e a differenza di Nebraska e The ghost of Tom Joad qui si è prestata attenzione anche all’aspetto musicale, strizzando l’occhio al grande pubblico, tant’è che in alcuni momenti ci si ritrova a battere il piede a ritmo.
Operazione commerciale? Sicuramente sì, visti gli scarsi esiti commerciali di TGOTJ, ma può essere vista anche come una maniera per “colorare” diversamente le composizioni. Stiamo pur sempre parlando di musica, in fondo. Ad ogni modo posso definire questo album il mio preferito di Springsteen senza la E Street Band.

Nel dvd che accompagna il disco troviamo Bruce che esegue sei canzoni accompagnato solo dalla chitarra. E questo dimostra, ancora una volta, che una canzone per funzionare deve avere un’anima, e cioè saper emozionare anche senza grandi tappeti sonori. Quante canzoni, senza un’adeguata produzione, ci si accorge che non valgono niente? Non è il caso di queste canzoni, che funzionano bene anche senza orchestrazioni.

All’album seguì un tour acustico; io e il mio amico volevamo prendere il biglietto e nel pieno della nostra ingenuità decidemmo di andare a prendere i biglietti il giorno dopo (“massì dai, così andiamo con più calma”). Ovviamente non li trovammo. Col senno di poi, non credo mi avrebbe fatto bene iniziare l’esperienza live di Bruce con un tour acustico.

Di seguito la title track, e vi do appuntamento a settimana prossima con We shall overcome: The Seeger sessions.

 

  1. Devils & Dust
  2. All the way home
  3. Reno
  4. Long time coming
  5. Black cowboys
  6. Maria’s bed
  7. Siler Palomino
  8. Jesus was an only son
  9. Leah
  10. The hitter
  11. All i’m thinkin’ about is you
  12. Matamoros banks

 

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10 comments

  1. Di All the way home ti consiglio di ascoltare la versione di Southside Johnny (originariamente il Boss l’aveva scritta per lui) allora capirai perchè l’ha inserita su un album come Devils and Dust.
    E già che ci sei, a Southside Johnny dagli una sentita: ha inciso molti “scarti” del Nostro ed è molto bravo, alcune canzoni sono vere perle 🙂

    Liked by 1 persona

    1. Sapevo fosse una canzone dei primi anni ’90 ma non ricordo di avere sentito la versione di Southside Johnny. A dire il vero non ho mai approfondito, a differenza di Gary Us Bonds. Conosci? Cantante mediocre ma le canzoni che gli ha scritto Bruce sono notevoli.

      Liked by 1 persona

      1. Gary Us l’ho sentito, ma Southside Johnny mi stuzzica di più.
        Sarà che lui usa molto i fiati (gli e-street horns del WBTour sono praticamente tutti musicisti suoi…) e io adoro questi strumenti 🙂

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