Zucchero – Black Cat, la recensione

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Il mio amore per Zucchero è iniziato nel 1995 con Spirito DiVino, uno dei più celebri album del cantante che contiene capolavori della musica italiana come X colpa di chi?, Il volo, Così celeste, Papà perché, Pane e sale (ho citato praticamente metà album), e da allora l’ho sempre seguito con passione aspettando con ansia ogni nuova uscita restandone raramente deluso.
Tempo fa ho scritto un articolo (che trovate qui) quando è stata resa nota la data ufficiale dell’uscita di Black Cat, nuovo album di inediti del bluesman, e in quel articolo ripercorrevo la carriera spulciando nella sua di discografia, chiudendo con la promessa che avrei parlato del nuovo album una volta uscito.
L’album è uscito ieri e mi sono fiondato subito a comprarlo col risultato che 24 ore dopo l’ho già divorato.

Chiariamo una cosa: al primo impatto qualsiasi album nuovo di uno dei tuoi artisti preferiti può sembrare un capolavoro; o almeno per me funziona così. Mi era successo anche nel 2006 con Fly, che col senno di poi trovo sia uno dei suoi album meno riusciti.
Quindi sarò cauto nell’elogiare Black Cat, anche se comunque sto cercando di essere obiettivo e individuarne anche i difetti.
I critici, nel presentare l’album, hanno voluto scomodare Oro, incenso & birra associandolo al nuovo lavoro in quanto avrebbe dovuto proporre un sound. Ecco, questa è stata la prima cazzata:
Black Cat ha solo una cosa in comune con il celebre album del 1989, e cioè che si tratta di un album di Zucchero. Tutto qui. Forse perché l’ultimo album di inediti del 2010 Chocabeck non aveva canzoni movimentate e conteneva praticamente solo ballads (una più bella dell’altra) e quindi si è voluto evidenziare il fatto che questo nuovo album sarebbe stato più movimentato, e praticamente tutti gli album di Zucchero si sono sempre divisi tra pezzi movimentati e lente ballad, quindi Black Cat può essere paragonato anche a Spirito DiVino, Shake,Fly e così via.

L’album inizia col piede sull’acceleratore grazie a tre pezzi movimentatissimi: la prima già la conosciamo, è Partigiano reggiano, canzone che devo ammettere al primo ascolto non mi aveva fatto impazzire.
Ritmo allegro,ok, ma per il resto? Poche parole buttate lì di cui alcune addirittura inventate: “Un po’di slempito”,”La bestia è umanica”. Poi però ho saputo prenderla per quello che era, e adesso mi diverto a tenerla a palla in auto.
Finita la canzone arriva la seconda che inizia con un organo che ci riporta immediatamente indietro a bellissimi ricordi (Diavolo in me). Poi Sugar inizia a cantare “Ecco 13 buone ragioni per preferire una birra a una come te. E un panino al salame” e qui capiamo che non è cambiato niente. Il nostro è tornato a parlare sempre delle stesse cose con quel suo linguaggio inconfondibile che però riesce sempre in un modo o nell’altro a non essere mai ripetitivo. La canzone è movimentata e sarà di certo un momento divertente ai concerti. Poi partono i chitarroni di Ti voglio sposare, e ci si ritrova a spalancare gli occhi perché non sentivamo uno Zucchero così aggressivo e rock dai tempi di Shake (2001), quindi per quanto io abbia amato alla follia le ballate di Chocabeck, vi confesso che mi sono goduto pienamente questi tre pezzi rock che sono tra i miei preferiti dell’album.

Poi arriva prevedibilmente la ballatona, e in cuor tuo sai già che sarà un capolavoro. E infatti è così: la canzone si intitola Ci si arrende ed è la versione tradotta di S.O.S (Streets of surrender) che qui troviamo in coda all’album e che vede come autore del testo Bono degli U2 e alla chitarra niente di meno che Mark Knopfler. Il testo italiano narra del “primo amorino di campagna” come lo ha definito lo stesso Zucchero, e descrive la purezza che si aveva da giovani che ora non c’è più. Brividi.
Segue Ten more days, cover di una canzone di Avicii (perché?) che qui viene completamente stravolta e trasformata in una canzone “nera” che sa di sud degli Stati Uniti. Sembra una di quelle canzoni che venivano cantate dagli schiavi neri nelle piantagioni. Bello il sound, sempre ottimo il cantato di Zucchero, ma perché prendere proprio una canzone di Avicii e non scrivere un altro testo dal momento che la musica è stata cambiata?

Con L’anno dell’amore si torna davvero ai tempi di Blue’s e Oro, incenso & birra (coi dovuti limiti).
La canzone ricorda molto da vicino “Solo una sana e consapevole libidine…” per l’andamento allegro e scanzonato. Hey Lord è un’altra ballata lenta come solo Zucchero sa fare. Impeccabile.
Fatti di sogni è un altro colpo al cuore. Testo poetico e melodia da brivido come Sugar ormai ci ha abituati da tempo. Uno dei migliori episodi dell’album.
Con La tortura della luna si torna a giocare coi doppi sensi (C’è qualcosa che striscia, tra l’erba liscia e la coscia). Ricorda molto da vicino altre canzoni ma il sound ti fa dimenticare tutto e alla fine di questa canzone ti rendi conto che stai sorridendo da solo come un ebete.
Love again e Terra incognita sono altre due canzoni lente e delicate e come ho già detto, quando il nostro si cimenta con le ballads non sbaglia quasi mai.

La penultima traccia la conosciamo già: è Voci, il singolo scelto per il mercato internazionale. Una bella ballata elettronica che ricorda gli episodi migliori di BlueSugar (1998).
Il testo è pura poesia: “Sera di cera, calami dagli occhi. La notte è chiara, e c’è chi spera ai piedi della sera”, uno dei versi migliori dell’album.
A chiudere troviamo S.O.S (Streets of surrender) ed è difficile scegliere tra questa versione e quella italiana di Ci si arrende. Ad ogni modo Bono ha fatto un ottimo lavoro col testo.

Black Cat è un ottimo album che propone un sound e una freschezza che è impossibile trovare in altre produzioni italiane. Soprattutto il sound; nessun altro in Italia fa delle musiche così. D’accordo che non si è voluto badare a spese e sono stati chiamati tre ottimi produttori a colorare il tutto:Don Was, Brendan O’Brien e T-Bone Burnett. Mica noccioline.
Quello che manca però è un grande testo. Oro,Incenso & birra aveva Diamante di DeGregori, SpiritoDiVino Pane e sale, sempre di DeGregori, Fly conteneva E’delicato di Ivano Fossati e in Chocabeck c’era Un soffio caldo di Francesco Guccini. Qui invece manca una canzone che abbia un testo potente come quelle canzoni, e se fosse stata colmata questa lacuna l’album sarebbe stato perfetto.

Sarò banale, ma data la qualità musicale che troneggia nelle radio,Black Cat non può che uscirne vincitore.
È ancora presto per fare un’analisi a 360 gradi, devo prima vedere come queste canzoni resisteranno nel tempo. Ma per ora posso dire che l’album mi ha convinto ed è promosso a pieni voti. E Zucchero è in gran forma, quindi si prevedono grandi serate all’Arena di Verona il prossimo settembre.

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