The rising – il grande ritorno del boss

cc67a799e78a1eda3a0a36ca7975fa1ba5e5a9fb…continua il nostro viaggio alla scoperta della discografia di Bruce Springsteen. Oggi parliamo di The rising, album uscito nel luglio del 2002 e che arriva a ben 7 anni dall’ultimo album di inediti The ghost of Tom Joad.
The rising rappresenta il grande ritorno del boss con un album grandioso che lo vede accompagnato dalla E Street Band, che se si esclude il Greatest hits del1995, si riallaccia un filo che si era spezzato nel 1984 con Born in the Usa, ultimo album nel quale la E Street Band suonava al completo.
Dopo il cofanetto di outtakes Tracks Bruce si era riunito con la band per il Reunion tour nel 1999, a cui era seguito un disco: Live in NYC, che aveva riscaldato il cuore dei fan in attesa di canzoni nuove.

Molte sono le novità di questo album: oltre al ritorno degli E Streeters troviamo un nuovo produttore, Brendan O’Brien che aveva già collaborato con personalità del calibro dei Pearl Jam e Ac/Dc.
Ma la cosa che stupisce di più è il suono e la corposità dell’album. 15 canzoni sono tante e fanno fatica ad arrivare subito; io stesso ho impiegato un po’ di tempo prima di apprezzarlo del tutto. Ma una volta assimilato tutto ci si può rendere conto che The rising è uno degli album più sorprendenti e innovativi di Springsteen. Data la presenza della E Street Band probabilmente chi si aspettava di ritrovare il suono classico di The river o Born in the Usa sarà sicuramente rimasto deluso. Praticamente assenti il sax di Big Man e il piano di Roy Bittan che sono sempre stati elementi fondamentali del suono della band.
Ma a colmare questa lacuna ci sono le canzoni: esse raggiungono livelli talmente alti da non voler chiedere nient’altro.

L’album è erroneamente considerato come l’album sull’11 settembre, equivoco che ricorda l’episodio che vide la canzone Born in the Usa inno patriottico adottato dall’ex presidente Reagan.
The rising non è un album sull’11 settembre (tant’è che alcune canzoni sono state scritte prima) ma è piuttosto un album che va a scavare negli stati d’animo delle persone comuni, che hanno dovuto fare i conti con la perdita dei propri cari dopo la tragedia delle torri gemelli. Springsteen era l’unico che non poteva sottrarre la propria opera all’11 settembre e quindi era l’unico artista da cui ci si aspettava qualcosa.
Ma The rising non è un concept: qui vengono mostrati i personaggi di sempre gettati in pasto alla realtà.

Troviamo quindi canzoni che parlano esplicitamente della tragedia di Manhattan come Empty sky e You’re missing, e altre che fanno da contorno. In Empty sky la voce narrante è di chi ha perso per sempre la persona che amava: “Stamattina mi sono svegliato di fronte a un cielo vuoto” canta Bruce. Il cielo lasciato vuoto dai grattacieli crollati come il letto e la casa abbandonata da chi è rimasto vittima sotto le macerie.
Così anche You’re missing propone il punto di vista di una madre di famiglia che deve spiegare ai propri figli che il loro padre non c’è più:”I bambini chiedono se è tutto a posto, se stanotte tornerai tra le nostre braccia”. Into the fire invece rende omaggio ai vigili del fuoco che si sono gettati tra le macerie per salvare più vite possibili: “Ho bisogno di te, ma l’amore e il dovere ti hanno chiamati in un posto più alto, da qualche parte su quelle scale, nel fuoco”. Inizia come una ballata acustica per chitarre per poi risultare sempre più coinvolgente grazie a un coro di voci.

Altro capolavoro scritto prima dell’attentato è My city of ruins, in cui Bruce canta del degrado ma incoraggiando a non arrendersi come incita nel ritornello:  “Come on rise up”. Ed è proprio il concetto di “risollevarsi” il tema centrale dell’album, tant’è che la parola “Rise” o “Rising” è ripetuta più volte.
Nothing man invece parla dell’Ordinary Joe, il classico tipo che puoi trovare appoggiato al bancone di un bar mentre sorseggia una birra ma che certe situazioni più grandi di lui lo portano a far sì che si parli di lui nel giornale locale, rimanendo comunque un signor nessuno.

Non può mancare il rock, quello duro, scatenato ma anche incazzato come l’apertura affidata a Lonesome day, canzone che parla del senso si solitudine. Musicalmente punta ad essere un brano di punta per i live con quel “It’s alright, it’s alright, yeah” ripetuto furbescamente all’infinito per incitare i fan.
Further on (up the road), scritta prima dell’11 settembre e a quanto pare pensata per la band. Nella canzone infatti le chitarre e la batteria ne escono piuttosto bene.
Waiting on a sunny day è la terza canzone del disco e ricorda molto da vicino i toni scanzonati di Darlington county. E qui finalmente sentiamo il sax di Big Man. La canzone è diventata un momento immancabile nei concerti con il boss che alla fine dell’esibizione prende un bambino tra il pubblico e gli fa cantare il ritornello.
Sempre sulla falsariga dell’ottimismo troviamo Let’s be friend (skin to skin) piacevolissima canzone, tra le più leggere in tutto il repertorio springsteeniano.
The rising, la tredicesima traccia che dà  il titolo all’album, è il brano di punta per quanto riguarda la voglia di risollevarsi. Liricamente non colpisce più di tanto, la voglia di risollevarsi viene descritta più dalla musica e dal ritornello che punta a coinvolgere più persone possibili con un coro facile da assimilare e impossibile da non gridare durante i concerti.

Countin’ on a miracle si sostiene sulle chitarre e la voce grintosa del boss che canta con rabbia e convinzione. La canzone verrà completamente snaturata in una versione acustica presente nel terzo cd di The essential, che uscirà l’anno successivo.
La canzone che amo più di tutte è Mary’s place. Deliziosa e incalzante dall’inizio alla fine; cinque minuti di pura magia,ed è una delle poche canzoni in cui il suono della E Street Band si sente in tutto il suo splendore, arricchito dai fiati e dal violino di Soozie Tyrell.

L’aspetto più sorprendente dell’album è che si trovano canzoni con un suono che mai avevamo sentito prima in un album di Springsteen. Una di queste è Worlds apart, che presenta una melodia orientaleggiante con una parte cantata in pakistano.
Oppure la stupenda The fuse che stupisce per il suo tappeto sonoro elettronico.

The rising è l’album che porta il boss alla ribalta negli anni 2000, che purtroppo non sempre vedranno il nostro mantenersi ai livelli di questo disco. Ma le esibizioni live non si discutono: su quelle rimane imbattibile ancora oggi quasi 15 anni dopo.
Questo album è uno di quelli che ha reso Bruce Springsteen il grande artista che è, che lo rende fedele al soprannome con il quale è conosciuto ai più: Boss.
Assolutamente imperdibile per gli appassionati di musica rock e che ci ricorda una cosa fondamentale:
Se, come diceva lo stesso Springsteen, Elvis ci ha liberato il corpo mentre Dylan ci ha liberato la mente, Bruce Springsteen molto probabilmente è riuscito a fare entrambe le cose.

Vi propongo di seguito la tracklist dell’album e vi do appuntamento a settimana prossima con The Essential: Bruce Springsteen.

  1. Lonesome day
  2. Into the fire
  3. Waiting on a sunny day
  4. Nothing man
  5. Countin’ on a miracle
  6. Empty sky
  7. Worlds apart
  8. Let’s be friend
  9. Further on (up the road)
  10. The fuse
  11. Mary’s place
  12. You’re missing
  13. The rising
  14. Paradise
  15. My city of ruins
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