The ghost of Tom Joad – quando la musica incontra la letteratura

the-ghost-of-tom-joadContinua il nostro viaggio alla scoperta della discografia di Bruce Springsteen: oggi tocca a The ghost of Tom Joad, undicesimo album del rocker del New Jersey, pubblicato nel novembre del 1995,
L’uscita di questo album segna un passaggio molto importante nella carriera di Springsteen, poiché gli ultimi due album di inediti usciti in contemporanea sono considerati tra i pochi passi falsi nella sua carriera. Ma dopo Human touch e Lucky town sono arrivati l’oscar di Streets of Philadelphia e il grande successo con Greatest hits, che ha riportato il boss al primo posto in classifica e l’ha visto riunirsi alla E Street band. Questi elementi ponevano un forte interrogativo su cosa mai sarebbe riuscito a raccontare in un disco successivo: una possibilità era percorrere la strada già battuta dall’ultimo album, l’alternativa era continuare a fare pezzi rock infiammando gli stadi di tutto il mondo.
Quello che arriva invece è un altro pugno nello stomaco, un disco che spiazza ogni aspettativa e, soprattutto, la testimonianza che in lui è ancora presente una forte vena creativa.

Con The ghost of Tom Joad Springsteen dedica la sua attenzione verso i problemi sociali, i drammi e le tragedie già affrontati in Nebraska. Anche il suono è quello intimo e dimesso dell’album del 1982, ma qui a differenza di Nebraska non troviamo solo pezzi incisi per chitarra e armonica: qui il tappeto sonoro è leggermente più variegato offrendoci strumenti quali violini e tastiere.
Mentre Nebraska proponeva pezzi di matrice rock eseguiti in versione demo, le canzoni di questo album sono nate per essere sussurrate, quasi a voler dare più spazio al racconto delle storie che non alla musica.
Infatti dal vivo le canzoni di Nebraska con gli anni si sono trasformate in veri e propri pezzi rock n roll mentre le canzoni di The ghost of Tom Joad non hanno mai cambiato versione, eccezion fatta per la title track , che in High hopes è diventato un forte pezzo rock quasi progressive grazie a Tom Morello, e Youngstown, che nel Reunion tour è diventata una canzone di una potenza micidiale.

The ghost of Tom Joad è un album che fugge ad ogni logica commerciale: non c’è da sorprendersi se in patria l’album si è fermato alla posizione numero 11 della classifica, vendendo “solo” 500.000 copie (che per un album di metà anni novanta è molto poco) ma a differenza dei due dischi precedenti che hanno toccato posizioni più alte in classifica, questo disco è nel cuore di tutti i fan che lo considerano sì difficile ma allo stesso tempo un capolavoro.
Solo in Italia l’album arrivò al primo posto della classifica, a testimonianza dell’enorme affetto che noi proviamo verso la musica di Springsteen.
Questo non è assolutamente uno di quei dischi da ascoltare in macchina o sui mezzi pubblici, ma se ascolterete queste canzoni in casa col libretto dei testi davanti ve ne innamorerete.

Il filo portante e motivo ispiratore è la storia di Tom Joad, protagonista del romanzo Furore (The grapes of wrath), e dell’omonimo film del 1940 di John Ford. Altra fonte è Journey to nowhere, libro di Dale Maharidge, del quale alcuni racconti vengono qui messi in musica come Youngstown e The new timer.
Il filo conduttore, dicevamo, sono i drammi personali di persone comuni, i più deboli, come i fratelli della bellissima Sinaloa cowboys che attraversano il confine degli Stati Uniti per lavorare nei frutteti. Si toccano vari periodi storici, partendo dall’800 per poi passare dalla guerra civile, la grande depressione, la seconda guerra mondiale fino alla crisi degli anni ’70.

L’album si chiude ancora una volta, come era già accaduto con Human touch, con una canzone totalmente estranea al resto dell’album: My best was never good enough è una collezione di modi di dire popolari e citazioni: “Life’s like a box of chocolate, you’ll never know what you going to get”, oppure “If God gives you nothing but lemons then make some limonade”. Una canzone graziosa che ci fa arrivare alla fine dell’ascolto con un sorriso.

The ghost of Tom Joad è un album che arriva piano piano, si insinua delicatamente sotto la pelle per poi non andarsene più. Non ha la potenza ruvida di Nebraska e non offre canzoni che fanno l’occhiolino ai fan più distratti come Devils & dust, ma è senza dubbio un album di livello e ve ne accorgerete col tempo.

Vi propongo di seguito la tracklist dell’album e vi do appuntamento a settimana prossima con Tracks.

  1. The ghost of Tom Joad
  2. Straight time
  3. Highway 29
  4. Youngstown
  5. Sinaloa cowboys
  6. The line
  7. Balboa park
  8. Dry lightning
  9. The new timer
  10. Across the border
  11. Galveston bay
  12. My best was never good enougn

 

  • Articoli precedenti

 

 

Annunci

17 comments

  1. Tom Joad fu il primo disco di inediti che vidi nascere “in diretta” giacchè ai tempi di LT e HT ancora non ascoltavo il Boss mentre il GreatestHits, in quanto tale, non può considerarsi un album vero e proprio.

    All’epoca non c’erano le migliaia di siti web specializzati e le anticipazioni su una uscita discografica erano pochine, quasi nulle. Ricordo che Bruce aveva detto in un’intervista alla RAI che Tom Joad sarebbe stato un “album solista” ma non si sapeva bene quanto sarebbe stato solista, se ci sarebbero state comunque tirate rock, se poi avrebbe fatto un tour da solo o con la band o se proprio non l’avrebbe fatto.

    Insomma lo acquistai e lo ascoltai senza avere la minima idea di ciò che avevo davanti.
    Confesso che inizialmente il disco mi spiazzò e non mi piacque: cazzo, ti sei appena riunito alla E Strett Band e te ne vieni fuori con un disco acustico? Poi, pian piano, iniziai ad aprrezzarlo, soprattutto grazie ai testi, veramente poetici e liricamente anche superiori a quelli incisi per Nebraska.
    Oggi, per certi aspetti, considero questo disco il suo lavoro migliore, dove migliore non indica che sia il più bello, bensì che sia quello fatto con più precisione e meticolosità: nessuna nota è fuori posto, ogni sillaba è calibrata alla perfezione, ogni suono si amalgama perfettamente con quello che lo procede e quello che lo segue.

    Ovviamente preferisco Bruce quando suona rock duro e incazzato, tuttavia questo disco ha comunque un posto speciale nel mio cuore e, soprattutto, nel mio cervello.

    Liked by 1 persona

    1. Mi verrebbe quasi da dire che anche questo album è un episodio a sé, come Born in the Usa, e quindi difficile da giudicare insieme a tutta la sua discografia perché è l’unico così. Nonostante sia complesso e non orecchiabile io alcune canzoni le trovo davvero magiche come Sinaloa cowboys e Across the border, anche musicalmente. Per ascoltarlo tutto d’un fiato dovrei essere in vena, ad ogni modo è un album fondamentale, uno dei più solidi di Bruce.

      Liked by 1 persona

      1. Sinaloa Cowboys ce l’ho in fissa questi giorni… probabilmente dipende dal fatto che ho appena finito di leggere Il potere del cane di Winslow e la canzone sembra perfetta come colonna sonora del libro…
        Anche Across the border la adoro: è un piccolo gioiellino, una poesia piena di speranza, una carezza dolce e meravigliosa. Dovrei sentirla più spesso 🙂

        Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...