Libero (Racconto breve)

Pietro-De-Seta__Cetraro-i-vecchi-ricordi-dei-pescatori-delle-casermette_g
Sono nato a stile libero, e a stile libero morirò. È una frase che mi ripeto da sempre, un po’ per prendere in giro quelli che vogliono mostrarsi contro il sistema sostenendo di essere liberi e non dovere niente a nessuno, un po’ per ribadire il mio amore verso l’acqua.
Il mio rapporto con l’acqua è iniziato alla mia nascita, mia madre mi ha partorito in una piscina e chissà, forse è iniziato proprio lì il mio legame con questo semplice e magico liquido.
Da quando ho memoria non c’è stato un periodo che io non abbia desiderato di tuffarmi da qualche parte, che fosse inverno o estate; da piccolo ho passato certe estati indimenticabili nelle acque venete dell’Adriatico: un brodo primordiale composto da alghe, mucillagine, prodotti per l’igiene personale e talvolta anche copertoni che dalla sabbia spuntavano verso il cielo come una versione meno brillante e epica di Excalibur.

Ma quelle estati rimangono tra i ricordi più belli della mia vita, quando con mamma e papà si partiva i primi di agosto verso Rosolina mare, un buco di pace e desolazione, e stavamo lì tutto il mese. Non facevamo niente di particolare, semplicemente stavamo insieme tra sorrisi e passeggiate, e tanto mi è bastato per far sì che quei momenti restassero impressi per sempre nella mia mente. Di tanto in tanto venivano a trovarci i parenti che abitavano a Cavarzere, una piccola città in provincia di Venezia che allora contava poco meno di dieci mila abitanti. E ogni volta che venivano era una festa: si giocava, si rideva, si facevano bagni interminabili, la sera facevamo certe cene da far invidia agli abitanti del Mezzogiorno, i grandi bevevano vino fino a diventare rossi come la tovaglia a scacchi mitragliata di Barbera. Ridevano, e noi insieme a loro, anche se non capivamo i loro discorsi.

Quando divenni un po’ più grandicello cominciai ad andare in vacanza insieme ai miei amici; momenti bellissimi anche quelli ma in cuor mio sentivo che stavo per andare incontro ad un nuovo periodo della mia vita, e i volti felici e giovani dei miei genitori non li avrei mai più rivisti. I cugini piccoli stavano crescendo, come me del resto, e avrebbero preso la loro strada. Gli zii e i nonni diventavano sempre più anziani, non uscivano più di casa e stava per arrivare quel brutto periodo in cui per riunire tutti i familiari si doveva attendere un funerale. Gli anni passavano, i tempi cambiavano ma l’acqua era sempre lì, presenza costante nella mia vita. Le vacanze estive non duravano più tutto un mese ma dovevo accontentarmi di un paio di settimane al massimo, e quindi in quell’arco di tempo io dovevo godermi il più possibile il mare. Quindi passavo ore in acqua a nuotare trascurando i miei amici che continuavano a chiamarmi.
D’inverno sentivo la mancanza del mare quindi dovevo accontentarmi della piscina vicino casa. Certo, l’odore del cloro non è paragonabile all’aria di mare ma sapevo accontentarmi. Dopotutto, ero nato pur sempre in quel tipo di acqua, quindi ogni volta che mi ci tuffavo provavo una strana sensazione; quasi come nascere ogni volta, perché mi sentivo vivo. Mi sentivo rinascere.

Per un breve periodo ho fatto l’istruttore di nuoto, proprio nella piscina dove sono nato. Che sensazione, ragazzi. A volte non ti rendi esattamente conto quando avviene il cambiamento che ti porta dall’essere bambino a diventare ragazzo e poi adulto, ma talvolta si verificano alcune situazioni, come questa, che ti fanno riflettere sul fatto di diventare grande e dopo aver passato anni ad apprendere qualcosa, ora tocca a te tramandare ciò che hai saputo apprendere.
Ma io non ero fatto per insegnare. Se cercavi qualcuno che ti insegnasse come ci si comporta in acqua, quello non ero io. Io nelle acque dovevo sguazzare, immergermi e dimenticare la realtà che si trovava di sopra. Quindi addio miei cari alunni, ma io devo ancora finire di imparare quello che l’acqua cerca di comunicarmi ogni volta che mi immergo.

Il fatto è che in acqua io ho un’altra percezione del mio corpo. Soprattutto oggi, entro in acqua e vedo il mio corpo avere delle reazione che fuori da essa non si verificano. Non conosco più i limiti, le gambe fluttuano senza prostrazione, e le mie braccia ritrovano l’agilità dei miei giorni migliori, quando le usavo per solcare le onde dell’Adriatico e attraversavo orizzontalmente i vari stabilimenti guardando i colori degli ombrelloni cambiare e la torretta di guardia del bagnino.
Quando con questa braccia abbracciavo le ragazze che anche solo per una sera decidevano di riporre in me la loro fragilità abbandonandosi in tutto il loro splendore. Queste braccia che hanno portato all’altare la donna che ho amato per oltre cinquantacinque anni. Ci conoscemmo in un giorno d’estate in spiaggia, l’acqua del mare anche in questo caso si rivelò parte fondamentale della mia esistenza, e sembrava stesse lì a plasmare il mio destino. Rimanemmo sulla riva a chiacchierare finché il sole non fu inghiottito dall’orizzonte e fu la prima volta che guardai un tramonto con una ragazza. Fu lì che decisi che l’avrei amata per sempre. Aveva gli occhi azzurri, ancora più chiari del mare, con venature che sembravano dorate,e i capelli biondi che mi ricordavano il giorno di sole più bello che sia mai sceso in terra. La sua pelle chiara, leggermente abbronzata, mi ricordava il pane appena sfornato.
Abbiamo passato un’intera vita insieme: abbiamo avuto tre figlie femmine e passato momenti indimenticabili e altri decisamente brutti; ma eravamo sempre insieme e questa è stata la nostra forza.

Quando è venuta a mancare lo scorso anno ho sentito che la mia vita è stata privata di un solido appoggio. Non è stato come perdere un parente o un genitore quando si è più giovani, quando senti che la tua vita sta per prendere un’altra direzione. Perdendo lei ho sentito andarsene parte della mia vita e mi sono reso conto di quanto fragile sia la propria esistenza andando verso gli ultimi giorni. Ho sempre detto che mi sarei preso cura di lei fino alla fine dei miei giorni, e così ho fatto. Ma ho sempre pensato che sarei stato io il primo ad andarmene, perché come dicevo a lei, dovevo essere io quello che avrebbe testato il terreno e fatto due chiacchiere con Nostro Signore per dare una bellissima accoglienza alla mia signora. E invece Lui ha deciso diversamente. Ora sento che mi manca davvero poco, anche perché non ho altri scopi che mi costringano a rimanere. L’unica presenza costante della mia vita è sempre lei, l’acqua. Chiaramente le nuotate omeriche sono ricordi lontani. Ora devo accontentarmi di quarantacinque minuti al giorno.
Mentre sono in acqua sento che il mio corpo non è più veloce come un tempo ma non sento dolore alle ossa e alle articolazioni. Mi sembra di essere protetto da un’aurea magica.
Mi avvicino alla scaletta per uscire dall’acqua e i due giovani istruttori che ormai mi conoscono come se fossi un loro nonno vengono a prendermi, facendo attenzione che un brutto scivolone non mi costringa a passare il resto dei miei giorni col femore in briciole. Sarebbe terribile non poter più nuotare.
Molto delicatamente mi accompagnano a sedermi mentre l’istruttrice, una dolcissima ragazza di vent’anni, prepara la sedia a rotella. L’istruttore dalle braccia solide di chi ha passato molto tempo a nuotare (mi ricorda qualcuno) mi adagia sulla sedia con una delicatezza che sembrerebbe impossibile in un tizio con quella massa. Mentre mi accompagnano verso lo spogliatoio io mi volto a contemplare l’acqua e a ripensare a quanto sono stato bene avvolto in lei.
Ogni volta è così, mi volto a guardarla e i pensieri di tutta un’esistenza si ripropongono come mille fotogrammi nella mia mente. E ogni volta che la mia nuotata giunge al termine penso che potrebbe essere l’ultima.

 

 

Due paroline sul racconto: stamattina ero in piscina e mentre nuotavo mi è venuta in mente questa storia. Di ritorno a casa l’ho scritta di getto. Più che una storia vera e propria la considero una sorta di sensazioni e riflessioni sul percorso della vita che nonostante il cambiamento radicale cui assistiamo durante gli anni, qualcosa di invariato rimane sempre, ed è quello sul quale improntiamo la nostra esistenza.

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