1997: fuga da New York – un’icona del cinema

1997-fuga-da-new-york-locandinaSarò esplicito: questo film è una figata. Un capolavoro del cinema, divenuto nel tempo un cult.
Di solito non amo i film che mostrano un futuro post-apocalittico, come ad esempio Mad Max (l’ultimo però è notevole), non mi hanno mai tenuto incollato alla poltrona. Invece 1997: fuga da New York è un autentico gioiello, un capolavoro d’azione che vede John Carpenter al massimo della sua ispirazione registica. Carpenter è uno dei registi più ingiustamente sottovalutati nella storia;

i suoi film non sono mai stati fortunati al botteghino, eccezione fatta per Halloween, e nonostante questo film abbia recuperato i sei milioni di spese incassandone venticinque, si tratta comunque di una cifra lontana dai film campioni di incasso di quell’anno (come ad esempio I predatori dell’arca perduta che incassò 212 milioni di dollari).
Mi verrebbe da dire che Carpenter non ha mai sbagliato un colpo se non fosse per il fatto che all’appello mi mancano un paio di titoli come Fantasmi da Marte e The ward, ma stando a quanto mi è stato detto si tratta di due pellicole notevoli che però nulla tolgono e nulla aggiungono alla carriera di Carpenter.

Il film mostra un futuro (all’epoca) per niente rassicurante in cui la città di Manhattan è una vera e propria prigione dalla quale è impossibile uscire. L’aereo del presidente viene attaccato e quest’ultimo preso in ostaggio dagli uomini del “Duca”.
Si decide così di inviare Jena Plissken (in originale Snake, interpretato ottimamente da Kurt Russell) abituato a cavarsela in situazioni estreme, col compito di salvare il presidente e recuperare dei nastri che contengono importanti segreti di stato.
Il nostro eroe ha tempo 24 ore per liberare il presidente, pena la morte tramite micro bombe iniettate nel collo.

Carpenter mostra un futuro per niente ottimista, e la sua fiducia nel genere umano è pari a zero.
Il nichilismo tragico del protagonista si scontra con personaggi più leggeri come il tassista interpretato dal sempre ottimo Ernest Borgnine che affronta la vita in maniera ottimista nonostante la situazione in cui si trova la città.

Si tratta essenzialmente di un film western, ambientato però nel futuro, e a conferma di questa tesi troviamo due elementi: Lee Van Cleef, icona del genere western, che qui interpreta il commissario Bob Hauk. La sua presenza fu un una scelta azzeccata che permise all’attore di aggiornare la sua immagine di antagonista di film western grazie un personaggio ambiguo e poco rassicurante.
E infine la scena finale in cui Jena, dopo aver consegnato i nastri a Hauk che contenevano però la registrazione di una musica jazz, estrae dalla giacca i nastri originali e dopo averli stracciati li getta a terra, richiamando una celebre sequenza del cinema western, ovvero quando lo sceriffo di Mezzogiorno di fuoco getta a terra la sua stella.

Carpenter si diverte a giocare con i generi, e oltre a offrire elementi western, si cimenta nella fantascienza, nel noir e nell’horror (vedi la scena dei cannibali).
La musica, quasi come sempre, è composta dallo stesso Carpenter, e si tratta di una delle sue composizioni più avvincenti.
Quando all’inizio, durante i titoli di testa, si sente partire il pezzo al sintetizzatore, sembra che qualcuno voglia dirti “Fermate tutto, che qui siete davanti al capolavoro”, e in effetti è così.

1997: fuga da New York è uno dei migliori film degli anni ’80, e del cinema in generale.Se non l’avete ancora visto vi consiglio vivamente di recuperarlo, e se l’avete già visto correte a rivederlo come probabilmente farò io questa sera.

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8 comments

    1. No, ma cercherò di rimediare. Mi hai incuriosito. C’è da dire però che da come scrivi saresti capace di farmi venir voglia di vedere perfino una retrospettiva di tre ore su Umberto Smaila. Grazie per il consiglio e per il commento 😉

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      1. Eh, in effetti per scrivere questo post mi sono davvero impegnato molto: se decidi di recensire un film sconosciuto e appartenente ad un genere non in voga come il western, devi dare fondo a tutte le tue capacità oratorie per far sì che il lettore non molli il tuo post dopo poche righe. Perché alla fine, nei blog come nella vita, non è attirare l’attenzione che è difficile, ma mantenerla. E tu ci riesci sempre. Grazie a te per i complimenti e per la risposta! 🙂

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