Chiudi gli occhi (racconto breve)

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Apro gli occhi, qualche raggio di sole trafigge la tapparella semichiusa e va a conficcarsi nelle lenzuola. In camera prevale il buio e non riesco a vedere i dettagli. Guardo il soffitto dove il proiettore della sveglia manda un raggio a infrarossi ma l’orario risulta ancora appannato ai miei occhi. Dopo un attimo l’ora risulta chiara: sono le 7:65. Rimango un attimo interdetto, come se qualcosa fosse fuori dall’ordinario. Inizio il turno alle nove, di sicuro farò tardi. Mi butto giù dal letto e quello che succede dopo è tutto così confuso che tra qualche ora non lo ricorderò più. Perfino adesso che mi sta succedendo faccio fatica a capire. Mi ritrovo in macchina e i pedali della frizione e dell’acceleratore mi sembrano fatti di fango. La macchina va da sola e continua a sbandare a destra e sinistra, ma c’è qualcos’altro di strano: mi accorgo di essere seduto sul lato passeggero. Cerco di raggiungere il posto dell’autista ma la macchina continua il suo percorso irregolare e sono legato alla cintura di sicurezza. Voglio controllare se arrivano macchine da dietro, ma lo specchietto è chiuso verso l’interno. Arrivo a una rotonda e la macchina gira su se stessa. Mio Dio è fatta, questa volta verrò tamponato. Perderò un sacco di tempo a litigare con qualcuno e a compilare moduli che di sicuro non troverò. Poi la macchina si ferma. Mi guardo intorno, qualcuno farà storie per come ho parcheggiato. Prenderò una multa ma non mi interessa, voglio solo scendere dall’auto. Mi accorgo di essere in una dimensione onirica ma per ora le mie riflessioni non vanno più in là; Lo vivo come un giorno qualsiasi, mi sento solo un po’ più agitato. Scendo dall’auto e guardo l’orologio: Sono le 9:16 e il cuore mi esplode nel petto. Da adesso in poi quando arriverò al lavoro sarò in ritardo. Strano che non mi abbiano ancora chiamato, forse non se ne sono accorti. Meglio arrivare tardi o darsi malato? Decido per la seconda. Mi sento più rilassato e comincio a camminare tranquillo. Come se mi trovassi in un paesaggio fumettistico inizio a saltellare e ogni salto è lungo trecento metri. Quando atterro sui miei piedi sentendomi sbandare rido come un pazzo. Faccio un ultimo salto e mi ritrovo sospeso a mezz’aria. Una delle cose che più odio al mondo; trovarmi in aria col senso di vuoto che mi blocca il respiro e non sapere quando scenderò e soprattutto a quale velocità, e quanto forte sarà l’impatto. E invece l’atterraggio è morbido e il volteggio delicato, tanto da farmi pensare mentre atterro che mi sento proprio bene. Nel frattempo succedono tante cose velocemente quando a un certo punto vedo delle persone. Mi guardano tutti sorridendo, mi sento una persona speciale. Tra di loro c’è anche un ragazzo sulla trentina, lo riconosco: Mirko o Marco non ricordo come si chiama, veniva a scuola con me e ci odiavamo. Una volta ci siamo presi a pugni, è stata l’unica scazzottata della mia vita. Sento salire un istinto violento, ma lui mi guarda e sorride. Poi mi viene incontro e mi abbraccia. Sento di essere felice e mi pare strano. Ogni volta che penso a lui penso a quanto vorrei sistemarlo una volta per tutte ma ora che si è verificato questo scambio d’affetto e non c’è più nessun rancore mi sento bene. Vorrei fosse così anche nella vita reale. Un momento… la vita reale ho detto? La dimensione onirica di questa situazione è diventata fin troppo evidente e mi sono accorto che oggi non ho ancora iniziato un bel niente. Sto ancora dormendo e devo iniziare tutto daccapo. Comincio a sentirmi diviso in due: ci sono io mentre continuo a camminare e vivere situazioni bizzarre e poi ci sono io rannicchiato sotto le coperte in attesa che suoni la sveglia. Il secondo sta diventando consapevole, ma continua a tenere gli occhi chiusi perché questo gli sembra l’unico modo per continuare il sogno. Potrebbe aprire gli occhi in qualsiasi momento ma sente che così facendo il sogno finirà. Vuole vedere come va a finire il sogno, proprio adesso che è passato davanti a un bar e ha visto seduta una ragazza bellissima. La guardo e mi fermo, lei mi sorride. È bellissima, i capelli biondi scendono ad accarezzarle il viso e si fermano sulle spalle. Gli occhi azzurri sprigionano una luce gentile. Iniziamo a parlare ma non sento più cosa diciamo. Lei scrive qualcosa sul tovagliolo e pian piano lo gira verso di me. E in quel momento sento che l’altro io mi sta trascinando nel suo mondo reale. Sta aprendo gli occhi e io comincio a vedere tutto sbiadito, sta scomparendo tutto. Dico alla ragazza di muoversi ma lei gira il suo tovagliolo sempre più lentamente. Intravedo dei numeri, è il suo numero di telefono ma non riesco a vederlo. Né ora né mai. Mi sveglio, e sono incazzato perché avevo davanti la più bella ragazza che abbia mai visto e non ho saputo come si chiama né il suo numero di telefono. Richiudo gli occhi pensando che magari se dovessi riaddormentarmi riprenderò il sogno da dove l’ho lasciato. Ma non è così, ormai sono sveglio.

Guardo l’ora sul soffitto. 7:50. Ora si che mi ritrovo nella vita vera. Scendo dal letto, i dettagli mi sembrano più nitidi, ma sento che tutto succede un po’ troppo in fretta. Ad ogni modo riesco a fare colazione e a vestirmi e queste immagini mi rimangono impresse. Esco di casa e salgo in macchina. Questa volta sul lato giusto. Mi inserisco in strada e mi accorgo che lo specchietto è chiuso verso l’interno. Che strano mi viene da pensare. Probabilmente qualcuno facendo manovra l’ha urtato. Lo sistemo poi guardo l’ora. 9:15. Ma come è possibile? È già passata quasi un’ora e mezza e non ho fatto praticamente niente. Costeggio la macchina, penso che ormai sia inutile andare al lavoro. Mentre cammino guardo verso il basso e mi accorgo di avere i pantaloni del pigiama. Alzo la testa di scatto guardandomi intorno con un’espressione spaventata. Sul lato della strada c’è un bambino con un lecca lecca che punta il dito verso di me e ride. Ride fortissimo. Io gli dico di stare zitto perché tutti si accorgeranno di me. Le risate cambiano suono e diventano abbai, e noto che il bambino ha un guinzaglio che lo lega a un palo. Ti sta bene, penso. Così impari a fare la spia. Vado avanti a camminare e vedo le stesse persone che avevo visto prima. Questa volta non mi guardano, anzi sembra che lo facciano apposta a non guardarmi. Poi rivedo Mirko o Marco,  ancora non ricordo il nome. Io sorrido perché so che tra di noi non c’è più nessun rancore, ma lui mi coglie alla sprovvista tirandomi un gancio destro. Io cado a terra. Sento male al naso, ma non è un male dovuto al colpo. È la mia idea di dolore o almeno così mi viene da pensare. Mi tocco il naso, lo sento caldo ma non vedo gocce di sangue sulle mie dita. Cerco di alzarmi ma è come se fossi sulle sabbie mobili. Provo a correre ma faccio fatica. Ho la sensazione di avere dei catenacci legati alle caviglie che mi impediscono di camminare. Mi guardo indietro e lui sta per afferrarmi, quando non so come riesco a scappare. Passo davanti al bar e vedo la ragazza seduta al tavolo con un altro uomo. Io allungo la mano verso di lei cercando di chiamarla ma non ho voce, e intanto sento che ancora mi sto svegliando. Questa volta sono contento che sia tutto finito. Mi sveglio.

Guardo l’ora 7:45. Diamine, questa volta ci siamo: e devo pure sbrigarmi perché farò tardi. Sono un po’ scombussolato, mi sento ancora sottosopra per il primo sogno in cui mi sono innamorato di una ragazza che non conoscerò mai, ma sono particolarmente segnato dal secondo e dal senso di agitazione che ho provato e che ancora mi sento addosso. Salgo in macchina, sono le 8:58. No non è possibile, in due minuti non riuscirò mai ad arrivare al lavoro. Guardo lo specchietto e sorpresa…. Non c’è. Staccato di netto. Che sta succedendo? Ancora una volta decido di costeggiare la macchina e non andare al lavoro. Provo a saltare cercando di raggiungere la felicità provata dal primo sogno ma i salti sono molto brevi e l’impatto violento. Sento male ai piedi. Incontro le stesse persone, questa volta mi guardano con odio. Tra di loro spunta fuori Mirko o Marco, non ricorderò mai il nome, questa volta ha un rivolo di bava che gli scende dal lato destro della bocca. Urla qualcosa mettendo in mostra dei disgustosi filamenti di bava all’interno della bocca, che schizzano fuori come proiettili. Tira fuori un coltello e corre verso di me. Scappo cambiando direzione, ma quando mi giro mi sembra di essere su un enorme pallone, e tutto intorno sembra ruotare. Non so come ma riesco a raggiungere il bar e quello che vedo mi lascia sconvolto. È tutto incenerito, il fumo sale dai tavoli e le persone sono sdraiate a terra carbonizzate. Vedo una mano di donna sbucare da dietro un tavolo, in mano ha un tovagliolo bruciacchiato. SVEGLIATI grido SVEGLIATI. Mi sveglio di nuovo, questa volta sono sudato, guardo l’ora; 8:30. Cerco di capire se questa è la volta buona ma non riesco a capire. Mi sento male, ho il fiatone e faccio fatica a respirare. Apro la finestra e prendo una decisione. Salto. Sento il senso di vuoto e l’aria che mi colpisce violentemente il volto. C’è un’atmosfera più tranquilla e per le strade ci sono meno macchine. Riesco a sentire il suono delle campane e improvvisamente ricordo: è domenica. E forse io non stavo più sognando.

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