Il colloquio

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Altro racconto breve, scritto più o meno il settembre scorso.
Parlo di un argomento sempre attuale, che dovrebbe fare da anticamera ad un futuro ricco di soddisfazioni ma che spesso, purtroppo, non si rivela tale.
Ecco il racconto:

 

IL COLLOQUIO

La notte è il momento in cui gran parte delle mie paure vengono fuori. O meglio, cercano di uscire dalla mia mente, liberarsi dalle catene alle quali sono legate, ma rimangono imprigionate dentro di me. Un’implosione di immagini piene di significati nascosti che rimangono dentro la mia testa, e io sono costretto a dovervi assistere come spettatore e protagonista di situazioni surreali dalle quali non posso scappare, finché nel mondo parallelo non faccia il suo ingresso qualcosa come il suono di una sveglia o qualche altro oggetto non identificato che mi porti via da quel mondo. Come quella volta in cui dovetti comunicare ai miei genitori la mia decisione di abbandonare gli studi. Per me è sempre stato un problema dir loro cosa volevo o non volevo fare; e dopo un anno e mezzo di economia aziendale decisi che era il caso di dir loro che quel mondo proprio non faceva per me. Passarono due mesi prima che mi decisi a dirlo. La notte facevo sogni strani: sognavo di essere a tavola con loro due che mi tempestavano di domande e io non riuscivo a rispondere. Finché a un certo punto gridavo con tutto il fiato che avevo in corpo ma dalla mia bocca non usciva alcun suono. In questo caso non serve uno psicologo per analizzare il sogno, il significato è piuttosto chiaro: La difficoltà di comunicare, la rabbia repressa ecc ecc..   Ma vi assicuro che in altri casi i miei sogni si sono rivelati a dir poco indecifrabili e assurdi.
Tendenzialmente dormo una media di 7 ore a notte, e riesco a non essere interrotto da risvegli a meno che non ci sia qualche pensiero, come un esame tornando indietro ai tempi della scuola o come quando devo affrontare quello che ora pare sia diventato il mio vero e proprio lavoro: un colloquio.

Quella mattina mi svegliai un po’ prima del solito, anzi, mi alzai dal letto perché non posso certo dire di aver chiuso occhio. Mi feci una doccia veloce, lametta e dopobarba per procurarmi un aspetto curato e più giovane di quel che realmente posseggo. La colazione fu solo un diversivo per ingannare l’attesa del momento in cui sarei dovuto uscire di casa. L’agitazione mi provoca acidità e quindi riuscii a trangugiare solo mezza tazza di caffè con un paio di biscotti integrali. Non indossai la mia cravatta migliore, scelsi quella che mi aveva regalato Andrea, vecchio amico di bricconate, mio sodale, pard, socio come dir si voglia. Ricordo ancora quando me la regalò: incartata con fogli di carta da giornale, trascurando giustamente la prima pagina col titolo per non rendere noto l’orientamento politico; contenuta in una scatola di cartone che originariamente apparteneva ad un set di piatti e bicchieri. Scherzavamo sempre quando ci scambiavamo i regali, soprattutto quando la confezione lasciava presagire quello che poi si sarebbe rivelato essere il contenuto. Così quella volta egli decise di dare alla cravatta una confezione del tutto inaspettata ed eccessivamente ingombrante.  Non la giudicavo la mia cravatta migliore, ma senza dubbio quella che più di ogni altra riusciva nell’intento di ricordare a me stesso che, anche nei momenti in cui a noi tutti è richiesta una metamorfosi per poterci integrare nel mondo del lavoro e sgomitare per farci largo, sotto sotto siamo stati tutti dei grandissimi cazzoni.

Uscii di casa. Mentre stavo per completare il giro di chiave fece il suo ingresso la mia dirimpettaia. Cordialmente salutai col mio sorriso migliore, e le chiesi com’era andato il week end dai nipoti in Valtellina. Lei, la signora Nadia, con il suo invidiabile dono del dettaglio e negazione assoluta della sintesi, cominciò a raccontarmi di quanto il nipote più grande si fosse rivelato una promessa negli studi e particolarmente incline all’apprendimento, e di come il più piccolo abbia manifestato un vivo entusiasmo per la musica, in particolare quella prodotta dalle vibrazione degli ottoni. Io rimasi per un paio di minuti ad ascoltare, congratulandomi davanti a tanta inclinazione artistica. Poi guardai l’orologio, allargai le braccia e fingendo immenso rammarico dissi alla signora Nadia che sarei rimasto volentieri a chiacchierare tutta la mattina ma il colloquio purtroppo mi attendeva. Non ricordo cosa mi disse alla fine ma sono sicuro che le ultime parole non furono né un arrivederci né buona giornata, anzi mi sembra di ricordare che l’unica cosa che fece interrompere i suoi discorsi fu il chiudersi della porta d’ingresso.

Mi ritrovai per strada diretto al tram, di andare con la macchina non se ne parlava. La tensione del traffico milanese mi avrebbe provocato solo nervosismo e mal di testa, oltre ad un’eccessiva sudorazione che in una calda giornata di maggio, si sa, non ha buone ripercussioni su una camicia blu. Quando fui sul tram mi detti un’occhiata intorno scrutando l’incredibile varietà di persone che un piccolo contenitore come un tram può offrirti in una qualsiasi mattina di un giorno feriale. Studenti, impiegati, rappresentanti, vecchietti rigorosamente seduti che rivolgono sguardi di disapprovazione ai giovani coi pantaloni a vita bassa o alle ragazzine con le magliette che arrivano sopra l’ombelico. E poi quelli come me, che sanno passare inosservati solo se sono bravi a mascherare la loro agitazione. Mentre guardavo quelle persone mi chiedevo quanti di loro fossero diretti ad un colloquio. Ci sono gli insicuri e gli sfacciati, ma quando si tratta di dover per forza fare bella figura e dover rispondere a delle domande che, per quanto siano più o meno sempre lo stesse, non si sa mai casa aspettarsi, beh… penso che non ci sia fiducia in sé stessi che tenga. Di questo sono abbastanza sicuro.

Ricordo ancora il mio primo colloquio. Durò esattamente un minuto e mezzo. Ricordo l’agitazione che lo precedette. Il largo anticipo con cui arrivai, tanto che riuscì a fare colazione al bar sottostante l’ufficio e leggere due volte il quotidiano. Di qualsiasi cosa si trattasse io arrivavo sempre con largo anticipo. Penso di non aver mai detto in vita mia “Scusate il ritardo”, tranne quella volta che il commesso del Blockbuster mi chiese che film stessi cercando e io risposi con l’omonimo film di Massimo Troisi. Che si fosse trattato di appuntamenti con ragazze, colloqui, appuntamenti con amici o cose simile potete stare pur certi che minimo dieci minuti prima dell’orario pattuito io mi trovavo lì. L’ho sempre considerata come una forma di rispetto oltre che per gli altri indubbiamente, anche per me stesso. Venir meno a certi obblighi morali talvolta non ci rende persone peggiori. È solo questione di stile. Tornando al mio primo colloquio, come avrete intuito dalla durata di esso, non fu nulla di importante. L’annuncio sul giornale riportava “Gestione dati”, ma così non era. Il tizio che tenne il colloquio non mi fece alcuna domanda, semplicemente recitò a memoria la sua parte con la proverbiale parlantina di cui questi individui sono ben dotati. Parlò di una giornata dimostrativa che si sarebbe tenuta il giorno successivo, giorno in cui io avrei potuto “toccare con mano” quanto veniva svolto in quell’azienda. Alla fine timidamente ringraziai e dopo accurate indagini scoprii che il lavoro consisteva nel suonare ai campanelli di abitazioni prestabilite e proporre contratti per il gas.
A quella farsa seguirono colloqui più seri, alcuni dei quali mi hanno portato ad un impiego mentre gli altri si sono rivelati fallimentari.  Fino ad arrivare a oggi che, come dicevo prima, tenere colloqui si è rivelato essere più o meno un lavoro vero e proprio a quanto pare.

Scesi alla mia fermata, guardai l’orologio e vidi che mancavano venti minuti alle nove, ora in cui sarei dovuto essere in ufficio per il colloquio. La mia destinazione distava poco più di quattrocento metri dalla fermata del tram, quindi passeggiai tranquillamente senza particolare affanno. Solo che l’agitazione non voleva abbandonarmi. Dopo un po’ di anni passati dovrei aver maturato una certa esperienza, penserete, ma non è così. Provo sempre una certa agitazione quando devo trovarmi a tu per tu con persone che non conosco, doverle guardare negli occhi e dover sostenere una qualche specie di conversazione; che il più delle volte si rivela essere cordiale, seppur forzata. Ma non mi sono mai abituato. Certo è migliorato il mio repertorio, ma non basta. Quella morsa che prende allo stomaco c’era la prima volta e ci sarà sempre.
Mancavano cinque minuti. Mi trovavo ormai a destinazione. Mi guardai alle spalle per un attimo e vidi due ragazzini con lo zaino in spalla che ridevano di qualcosa. E in quel momento pensai a quanto erano belli quei giorni, i giorni della  scuola. In certi momenti darei tutto pur di tornare indietro, ma poi mi rendo conto che non è il giusto approccio alla vita e quindi mi convinco di restare ancorato al presente e fare di tutto purché esso funzioni al meglio. Feci caso solo più tardi al sorriso che mi si era formato sul volto vedendo quei due ragazzini. Feci un bel respiro e schiacciai il tasto del citofono. Mi aprirono senza chiedermi chi fossi. Salii al piano e qualcuno mi fece trovare la porta aperta. E nell’attimo esatto in cui varcai la soglia, proprio in quel momento sentii che stava avvenendo la metamorfosi. Fu come se le mie paure e insicurezze le stessi lasciando alle spalle, fuori dalla porta di ingresso, e stessi indossando una maschera di austerità e sicurezza. Quella maschera mi imponeva di essere lontano anni luce dal mio vero Io e mi costringeva a essere come il mondo del lavoro mi aveva creato. Guardai le persone sedute in sala d’attesa, erano ragazzi giovani in attesa di sostenere il colloquio. Li guardai senza però degnarli seriamente di uno sguardo. A volte gli abiti che indossiamo ci impediscono di riflettere razionalmente sulle nostre azioni, e fu così che mi ritrovai dentro l’ufficio e, dopo aver rivolto il mio saluto, mi diressi verso la scrivania. Una volta seduto tirai di nuovo un sospiro, ma era diverso da quello che feci prima di citofonare, dopodiché chiesi a Sara, la segretaria che avevo salutato poco prima, di far accomodare il primo candidato. Lei eseguì la richiesta e poco dopo vidi entrare un giovanotto che avevo notato in sala d’attesa. Notai immediatamente la differenza dell’espressione, il gran lavoro che talvolta sanno svolgere i muscoli del nervo facciale. Agitato e insicuro pareva prima, sicuro e temerario si presentava adesso davanti al mio cospetto. E per un attimo mi sembrò di rivedere me stesso una decina d’anni prima.

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