Cheeseburger Bill

cheeseburger
CHEESEBURGER BILL

Tommaso non sapeva cucinare, ma in compenso era molto bravo a mangiare. Su questo non lo batteva nessuno. Aveva un talento ammirevole nel saper mescolare ingredienti per il solo gusto di tener allenata la mandibola. C’è chi per noia fuma sigarette, chi per scaricare le frustrazioni si dedica al jogging, chi beve alcool per dimenticare; Tommaso per sopperire a tali carenze di benessere si dedicava al cibo. Negli ultimi tempi gli eventi avevano preso una brutta piega poiché aveva perso il lavoro e la ragazza, tutto nel giro di poche settimane. Quindi la tentazione di cadere nelle braccia di una qualsiasi dipendenza era molto prominente. Ma poiché le sigarette riusciva a malapena a maneggiarle (da ragazzino si era addirittura ustionato un labbro maneggiando una cartina nel verso sbagliato), l’attività fisica non faceva per lui e l’alcool gli procurava più acidità di stomaco che momenti di ilarità, allora decise di buttarsi sul cibo. Il ricordo della sua ex era ancora fervido nella sua mente. Aveva ancora impressa nella memoria quella sera al fast food sotto casa, quando lei gli disse che era finita mentre lui stava addentando un cheeseburger, che in quel momento prese la consistenza di un martello che batteva incessantemente nelle sue gengive. Era ancora tutto chiaro nella sua testa: l’odore di patatine fritte che aleggiava nell’aria, le voci in sottofondo, la radio che trasmetteva canzoni che da quel momento in poi lui avrebbe odiato. E lei seduta di fronte a lui che lo guardava come se avesse davanti uno specchio davanti al quale recitare le proprie battute prima di entrare in scena. Mentre lui rimaneva immobile con la bocca spalancata come un pesce attaccato all’amo, davanti al suo cheeseburger che gocciolava ketchup sulle sue dita. Era innegabile che ora il cheeseburger gli ricordava la sua ex, ma nonostante questo non riusciva a smettere di desiderarlo. Ogni volta che lo mangiava restava inebriato dal profumo che partiva dal pane ai semi di sesamo per inoltrarsi nelle sue narici e il sapore dell’hamburger che si amalgamava con la sottiletta di cheddar e il ketchup gli faceva ogni volta chiudere gli occhi portandolo per qualche secondo in un’altra dimensione. Però allo stesso tempo ripensava alla sua ex fidanzata e il suo stomaco si contorceva impedendo al cheeseburger di compiere il suo percorso, cosi che l’estasi si manifestasse solo tra la lingua e il palato. Così una sera prese una decisione: il frigo era vuoto, come tradizione vuole per ogni brava persona single. E allora decise che era il momento di dire basta al cheeseburger, voleva arrivare ad odiarlo a tutti i costi per smettere di ripensare alla sua ex. Il solo profumo avrebbe dovuto procurargli la nausea e allora decretò che la soluzione migliore sarebbe stata quella di fare un’indigestione di Cheeseburger. Così chiamò il fast food sotto casa, che offriva anche servizio a domicilio, e ordinò trenta Cheeseburger. “Non si preoccupi è per il compleanno di un amico, siamo una combriccola di gente affamata con pochi soldi da spendere” così si era giustificato col commesso al telefono che gli era parso leggermente perplesso. Inizialmente gli era venuta una brillante idea che per un attimo gli accarezzò la testa come un leggero soffio di vento autunnale. Avrebbe potuto suicidarsi, ingurgitare Cheeseburger fino a scoppiare. Ma la cosa poneva troppi interrogativi. Se fosse solamente svenuto? Oppure se avesse semplicemente vomitato senza compromettere il battito cardiaco? Oppure se gli fosse venuto un attacco cardiaco che avrebbe compromesso i suoi giorni a venire senza morire sul colpo? No, la cosa non lo rassicurava per niente. Così per ora si sarebbe limitato a mangiare fino a star male e odiare il Cheeseburger. Aveva letto da qualche parte che in America è stato approvato un decreto legge soprannominato Cheeseburger bill, il quale impedisce ai cittadini di denunciare le multinazionali per i danni causati dal cibo spazzatura. In questo caso lui non avrebbe denunciato nessuno, anzi essere vittima era ciò che voleva. Dopo venti minuti suonarono il campanello, appena Tommaso aprì la porta fu investito da una vampata d’aria calda e profumata, un profumo che gli ricordava qualcosa che si avvicinava al paradiso. Il ragazzo gli porse un sacchetto di tela rigida dentro al quale si nascondeva il suo tesoro. Tommaso pagò il suo corriere poi fece per aprire ed estrarre il contenuto;
“il sacchetto è in omaggio” disse il ragazzo intascando la mancia e  fiondandosi giù dalle scale.
Tommaso dispose i Cheeseburger sulla tavola. Erano tutti avvolti nella loro caratteristica carta oleata.  Carezzò per qualche secondo la carta lasciando che le sua dita assorbissero quel piacevole tepore, poi passò il palmo della mano come se stesse accarezzando una sfera di cristallo attraverso la quale leggere il futuro. E il suo futuro probabilmente lo vedeva riverso sul gabinetto pochi metri quadrati più in là. Tolse la carta e trovò davanti a sé una delle tante icone che l’America aveva prodotto. Era come avere davanti la statua della libertà o trovarsi seduti di fianco a Marilyn Monroe. Forse una cosa che mancava era uno stuzzichino con la bandiera a stelle e strisce che si ergesse in cima al Cheeseburger come un territorio conquistato. Ma andava benissimo così. Quell’immagine era perfetta . Tommaso pensò a quel legame d’affetto che si instaura tra la vittima e il suo carnefice, ma non gli venne in mente il nome della sindrome. Pensò solo che quella sera stava dando l’addio ai Cheeseburger e in parte alla sua ex.
Come le chele di un granchio le sua mani afferrarono il Cheeseburger per i lati; sentiva la croccantezza del sesamo e la soffice consistenza del pane e il calore che esso sprigionava quando con le dita esercitava una leggera pressione. Il momento era arrivato. Tommaso aprì lentamente la bocca per assaporare quella prelibatezza, mentre nella sua mente di nuovo stava per prendere forma quella sera al fast food con la sua ex ragazza. Ma proprio in quel momento il cellulare iniziò a squillare come una sveglia che ti porta via da un sogno senza sapere come andrà a finire. Tommaso si guardò intorno come a cercare il colpevole che aveva violato quel momento di intimità. Dette un’occhiata al display, era Mario il suo migliore amico. Pochi secondi prima si era completamente dimenticato della sua esistenza, come del resto del mondo. Rispose al telefono.
“Ciao Socio, che combini?”
“Mah, niente di che, stavo per cenare.”
“Ascolta… mio fratello non rimane a cena e me l’ha detto solo ora. Quindi mi ritrovo con novanta grammi di pasta in più nella pentola. Ti va di venire?”
“A dire il vero…”
“Dai non fare la zitella annoiata” lo incalzò Mario “Devi solo percorrere un isolato a piedi. Ti aspetto”
“Ok dai, dammi il tempo di vestirmi”
“Grande socio, ti aspetto” concluse Mario.
Tommaso ripose il cellulare nella tasca e intanto guardava la tavola imbandita di Cheeseburger che si stendevano davanti ai suoi occhi come un esercito di soldati pronti ad attaccare.
E invece era giunto il momento della ritirata. ‘Signori è stato un onore servire con voi’ sembrava pensare Tommaso. Il suo sguardo vacuo continuava a roteare lungo quell’insolita cena; sembrava stesse scegliendo un nome per ogni singolo panino. Poi si allontanò, mise su una felpa e si diresse verso l’uscita. Avrebbe scelto dopo cosa fare di quei Cheeseburger. Prima di uscire però corse verso il tavolo e con una mossa fugace dette un morso al Cheeseburger che aveva scartato. E la sua ex fece di nuovo capolino nella sua mente. Brutta troia, pensò.

Tommaso entrò in casa di Mario, che lo accolse con un abbraccio fraterno. Poi quest’ultimo corse verso i fornelli dove imperava un pentolone di acqua ribollente e una padella dalla quale si sentiva il rumore  crepitante dell’olio che frigge. Mario scolò la pasta per poi rimetterla nella pentola, poi prese la padella e fece scivolare il contenuto nella pentola. Il contenuto consisteva in aglio olio e peperoncino.
Mario dispose gli spaghetti in due piatti e li portò su una tavola improvvisata con tovagliette di carta ma al centro della quale torreggiava una bottiglia di Pignoletto. Un vino bianco aromatico, leggero e fresco che si sposa perfettamente con gli spaghetti aglio olio e peperoncino.
Mentre erano seduti uno di fronte all’altro iniziarono a parlare senza un filo logico, mentre le forchette inclinate giravano in senso orario permettendo agli spaghetti di avvolgersi e comporre un boccone tanto classico quanto inimitabile. Il fumo si alzava dal centro dei piatti per poi perdersi in un punto imprecisato.
La piccantezza del peperoncino e il pizzicore dell’aglio resi fluidi dall’olio extra vergine li conduceva a riempirsi i bicchieri e dissetarsi. Ma ad ogni boccone ne desideravano un altro e un altro ancora, intervallato da un sorso di vino. Non era niente di nuovo, ma a volte certi elementi posti insieme in un determinato momento riescono a comporre qualcosa di meraviglioso.

 

Questo che avete appena letto è un racconto breve scritto qualche mese fa quando ho partecipato ad un corso di scrittura creativa.
Alla fine di ogni lezione ci veniva dato un argomento che avremmo dovuto elaborare in un racconto e l’argomento in questione è “Il cibo”.
Sono particolarmente affezionato a questo racconto perché è uno dei minori ma nonostante questo mi ha molto divertito scriverlo e quando lo rileggo non provo imbarazzo, cosa che invece mi accade alcune volte quando rileggo cose che ho scritto. Sono molto critico con me stesso. La cosa che me lo fa apprezzare ancora di più è che questo racconto dovevo consegnarlo martedì sera e fino a lunedì non avevo ancora scritto niente. Mi ero messo davanti al pc e a guardare il monitor non sapendo che cosa scrivere. Poi ho iniziato a battere sui tasti e pian piano è venuto fuori questo racconto. A volte le cose migliori nascono così, per caso.

 

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