Born in the Usa – la falsità del sogno americano

SPRINGSTEEN_BORN-IN-USA_12x12_site-500x496Continua il nostro viaggio alla scoperta della discografia di Bruce Springsteen.
Oggi tocca al settimo album in studio, il best seller Born in the Usa uscito il 4 giugno 1984.
L’album è il più grande successo di Springsteen che lo ha consacrato a livello mondiale come più grande rockstar della seconda metà degli anni ’80, e arrivò a vendere 15 milioni di copie solo negli Stati Uniti.
Nonostante l’enorme successo l’album rappresenta la croce e delizia nella discografia del boss, con i fan storici che hanno sempre visto l’album con un considerevole astio, ed è proprio in questo periodo che i fan si dividono in fazioni: quelli che hanno iniziato a seguire Springsteen da Born in the Usa ed erano presenti la gloriosa notte di quel giugno del 1985 a San Siro, e chi lo seguiva già da prima e ha assistito al concerto di Zurigo nel 1981.
Andiamo ad esplorare questo album importante:

Come è noto ai fan, Bruce scrisse per questo album oltre settanta canzoni e nonostante questo il suo manager Jon Landau sosteneva che mancasse una canzone radiofonica per fare il boom.
Il boss ovviamente prese male la questione e litigò con Landau. Tuttavia la notte stessa scrisse Dancing in the dark, che divenne il primo singolo dell’album ed ebbe un successo stratosferico, grazie anche ad un video, bruttino a dire il vero, girato da Brian DePalma, che mostra uno Springsteen dal look patinatissimo in tema con i luminosi anni ’80, che si destreggia sul palcoscenico durante un concerto e pesca dal pubblico una bella ragazzina che diventerà famosa qualche anno dopo grazie alla serie tv Friends. La ragazza era Courtney Cox.
La canzone è arrangiata in puro stile anni ’80, con un grande uso di sintetizzatori e un ritmo quasi dance, e da questo punto di vista la delusione dei fan storici ha tutto il mio appoggio.
Ma nonostante questa spudorata virata commerciale, Born in the Usa è un grande album composto da grandi canzoni.

Prendiamo per esempio la title track: è sicuramente la canzone più famosa di Springsteen, tant’è che quando in una discussione tra amici si nomina Bruce, qualcuno della compagnia inizia ad intonare la suddetta canzone. Celebre è il fraintendimento che è nato intorno alla canzone: in pieno periodo reaganiano, la canzone fu presa in possesso dall’allora presidente americano e vista come un elogio patriottico cantato da un Rambo che impugna una chitarra.
Niente di più sbagliato: la canzone racconta di quanto l’America non sia per niente la terra dei sogni e di quanto sia falso il sogno americano. Protagonista della canzone è un reduce dal Vietnam che una volta tornato a casa non troverà altro che porte chiuse.
La canzone rappresenta l’esatto opposto dell’orgoglio statunitense.
Ma il suo ritmo da stadio è entrato ormai nell’immaginario di tutti e la controversia che ha accompagnato la canzone non ha fatto altro che alimentare le vendite.

È un album pensato per essere suonato dal vivo, infatti tra i dodici brani non ci sono canzoni deboli o riempitivi, sono tutti dei potenziali singoli che dopo trent’anni ancora vengono regolarmente suonati dal vivo. Ma dietro quei ritmi incalzanti e ballabili si nascondono testi malinconici e disillusi, soprattutto le canzoni nate nel periodo Nebraska, come Downbound train, Working on the highway, Glory days e My hometown. Si parla tanto di amicizia, soprattutto nella splendida Bobby Jean dedicata al chitarrista Little Steven che lasciò la band poco prima dell’uscita dell’album, e che contiene un bellissimo assolo di sax finale di Clarence Clemons, uno dei più belli del periodo post The river.
Di amicizia si torna a parlare in Glory days, in cui Bruce racconta di un amico che giocava a baseball ai tempi della scuola, e ancora in Darlington county in cui il protagonista con il suo amico Wayne decidono di passare insieme il quattro luglio. Si parla di amore visto come salvezza in Cover me e nella sensuale I’m on fire. La disillusione di Downbound train, che racconta la fine di una storia che lascia lui completamente perso, fa da contraltare alla rabbia e la speranza di No surrender che contiene una delle frasi simbolo di Springsteen “We learned more from a three minutes record than we ever learned in school”, (Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola).
Il rockabilly è fortemente presente soprattutto nelle bellissime e scatenate Working on the highway e I’m goin’ down, quest’ultima propone un testo che funge da riempitivo ma il ritmo trascinante tiene viva l’attenzione verso l’album.
Il disco si conclude con la bellissima, struggente e autobiografica My hometown, in cui Bruce rievoca ricordi d’infanzia vissuti nel suo quartiere nel periodo in cui ancora l’odio razziale era ben radicato nella società.

Tirando le somme, in questo disco Bruce rimane fedele alla sua linea narrativa proponendo però un linguaggio più accattivante che possa arrivare a più persone.
Io personalmente ho sempre visto Born in the Usa come un capitolo a sé; è stato il primo album del boss che ho acquistato e certamente mi ha invogliato a proseguire nella scoperta della sua discografia,anche se certamente non mi sento di metterlo sul podio.
Chiaramente le versioni dal vivo sono spettacolari, da menzionare Dancing in the dark che dal vivo diventa una scatenata e coinvolgente canzone rock, lontana dalla versione troppo pop del disco che francamente non mi ha mai fatto impazzire.
No surrender è stata la canzone che mi ha aperto un mondo: alla fine della terza media la mia prof di inglese, fan sfegatata di Springsteen, diede a noi alunni un bigliettino con una frase tratta proprio da questa canzone e ce ne fece ascoltare un pezzo, fino al primo ritornello. Io che da allora ero abituato ad ascoltare solo musica italiana in quel momento mi si era aperto un mondo. Quel rullo di batteria seguito dal canto vigoroso del boss mi aveva illuminato. E infatti da lì iniziai lentamente la scoperta di Bruce Springsteen.
Ho avuto la fortuna di essere presente a San Siro nel luglio 2013, data in cui è stato eseguito per intero l’album, e li ho avuto la conferma: Born in the Usa è un grandissimo album.

Vi consiglio di recuperare la versione acustica di Born in the Usa contenuta in Tracks. Ascoltatela e riflettete sul fatto che inizialmente la canzone doveva avere quella veste ed essere contenuta in Nebraska.
Poi decidete voi se sia andata bene così o no.

Vi propongo di seguito le tracklist e vi do appuntamento a settimana prossima con Tunnel of love.

  1. Born in the Usa
  2. Cover me
  3. Darlington county
  4. Working on the highway
  5. Downbound train
  6. I’m on fire
  7. No surrender
  8. Bobby Jean
  9. I’m goin’ down
  10. Glory days
  11. Dancing in the dark
  12. My hometown

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24 comments

  1. BITUSA è forse il disco più complicato di Bruce.
    Ne ho discusso approfonditamente in un post dell’anno scorso che ti linko certo che gradirai se non i contenuti almeno la passione con cui l’ho scritto:
    La poetica di Bruce Springsteen: Born In The U.S.A.
    https://lapinsu.wordpress.com/2015/06/29/la-poetica-di-bruce-springsteen-born-in-the-u-s-a/

    Confesso che BITUSA non è il mio disco preferito, non sta nemmeno sul podio a dirla tutta, nonostante sia il suo album più famoso e quello che l’ha reso noto al grande pubblico. Credo che, come ho spiegato nel post linkato, la chiave di volta di questo disco sia la sfasatura tra liriche (disperate e tristi) e musiche (orecchiabili e allegre) una dicotomia voluta ma spiazzante. Se Bruce avesse voluto fare un disco che “piacesse meno” ma trasmettesse di più, probabilmente ci saremmo trovati davanti al suo capolavoro perchè le curve dell’esperienza e della creatività erano in quegli anni all’apice della loro produttività.
    Quando uscirà il cofanetto commemorativo di questo disco e potremmo scoprire le gemme inedite di quel periodo in molti ci morderemo sotto i gomiti.
    Già ora abbiamo una vaga idea di “quello che sarebbe potuto essere”: Murder Inc., This hard land, Man at the top, Don’t you shut out the light, Frankie. Ti consiglio di cercare su youtube (forse ancora si trova) la versione originale di Cover me, dal titolo “Drop and down and cover me, una tirata rock di rara potenza.
    Ho la certezza pressochè matematica che se BITUSA fosse stato prodotto negli anni 70 invece che negli 80 (con quell’abuso di sintetizzatori mollicci e quel tronfio abuso della neonata elettronica) sarebbe di sicuro diventato uno dei 5 dischi più belli e significativi della musica Rock.
    Ciò non toglie che sia comunque un gran disco, soprattutto dal vivo: chi come me l’ha sentito tutto d’un fiato nel 2013 a San Siro ha ancora il miele nelle orecchie 😀

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    1. Sono d’accordo con ogni singola parola. Conosco le outtakes di quel periodo e sono una bomba. Perfino le minori come One love e Satisfied heart, io le adoro. E che dire di San Siro nel 2013… uno spettacolo unico.
      Ora corro a leggere il tuo articolo.

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